3 luglio 2020
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Categoria Consulenza
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The Art Class, 1979

Beryl Cook, The Art Class, 1979

Noi vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose. Vogliamo tutte le cose belle, tutte le cose belle della vita. Rose Schneiderman, 1912

Mi piacciono le figure ampie di Beryl Cook, sgargianti ed estroverse, ironiche e irriverenti, in movimento rispetto alle abbondanti corporeità statiche e un po’ avvilite dell’amato Botero. Ricordo i racconti rimasti nell’aria del mio studio, quando le donne se ne vanno e penso che la bellezza della vita è nella contraddizione, negli stati diversi di salute, nelle interruzioni e nell’eccedenza.

Da più di vent’anni anni ho scelto capelli cortissimi, sale e pepe. Pago a caro prezzo la cultura patriarcale che promuove la separazione del corpo pericolosamente desiderante, a corrompere la mente superiore e, talvolta, distratta, la riconfermo. Non ho mai frequentato le palestre, raramente i centri benessere. Mi lavo e vaporizzo il profumo e tanto basta. Partendo dalla mia condizione, sono l’ultima donna che ha risentito della mancanza di estetiste e di parrucchiere durante la chiusura. Avverto, però, un’indignazione profonda dinanzi agli uomini che sottilmente provano ad imporre, a me e alle altre, la scala dei valori, la lista dei desideri, assumendo un tono di voce e di parole giudicanti rispetto alla scelta di preferire le rose al pane, avendo due soldi in tasca. In questo periodo di riaperture con difese, è bene informarci sul grado di sicurezza in cui si svolgono le varie attività commerciali, estetiche e sportive, senza assumere la velenosa morale sulle donne piacenti e sensuali, mai logiche e razionali.

Voglio dire che sono pronta a difendere la libertà delle donne attente a trucco e parrucco, perchè la superficie rivela la convinzione e la sostanza. Abbiamo riaperto le attività con grinta, ma con la stessa testa di maschi e di maschie, con le stesse leggi del padre, con la mentalità bizzoca e patriarcale. Non è polemica, è che i maschi e le donne dentro il sistema proprio non guariscono, non si ascoltano e non si rendono conto di mettere in atto dinamiche relazionali di supponenza e di manipolazione, rimanendo, sistematicamente, sotto le macerie. I modelli che crediamo naturali di virilità e di femminilità sono alienanti, i ruoli e le identità sono costruzioni sociali e culturali e, di conseguenza, sono modificabili. Una di noi suggerisce, dal pensiero di Einstein, di non pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. In un’esistenza quotidiana già complessa, ogni donna continui a scegliere per sé le priorità, non accettando imposizioni da chi pretende, pensando di far del bene, di essere nel giusto. Le illusioni si chiamano paternalismo, patriarcato, dominio. Evitiamo di costruire una comunità a immagine del maschio, con i narcisismi, le proiezioni e le paure degli uomini, e poi di stupircene quando veniamo respinte da quel sistema che abbiamo continuato a nutrire anche con la sola presenza. Cosa ci aspettavamo? E non credo di ingrandire le situazioni ritenute minime: l’età mi fa sentire da lontano l’odore di prevaricazione. Nelle scelte che riguardano il corpo delle donne non vogliamo essere sostituite e comandate da un ordine superiore, con lo sguardo che si riserva alle cose fragili. Modifichiamo le categorizzazioni restrittive che ci consigliano come deve essere una buona madre, una moglie invidiabile, una dipendente riconoscente, sempre, con un atteggiamento ideologico che nega il godimento.

Prendersi cura di sé, per prima, significa superare il dualismo egoista/altruista perché in alcune situazioni è bello essere così intime con se stesse da dimenticarcene. Evitiamo di trascorrere la vita a dimostrarci quanto siamo pronte e quanto ci amiamo, sapendo che in alcuni periodi non ci riconosciamo e non ci amiamo affatto. L’invito è ad allontanare il modello di perfezione femminile, comodo al vecchio sistema. Così vorrebbero i maschi, che fossimo sempre a modino, calme e sorridenti, un po’ socievoli e nervose, solo un po’. Riconosciamo le forme arcaiche di dominio e i sistemi sociali che hanno scarso valore perché fondati sull’esclusione o su una, più sofisticata, difficile inclusione. Talvolta, sentirci senza energie è la misura dell’impegno profuso e il sacrificio segnala l’intimità e la scelta dolorante in una relazione personale o professionale. La vittima sacrificale è un’altra cosa e prende forma proprio nella ricerca affannosa di assomigliare ad un modello, di seguire un protocollo pur di venire apprezzate.

Custodiamo il mito – irrisolto e vedremo se irrisolvibile – dell’uomo capo, marito e padre e diciamo di non riuscire a rimanere da sole. Così, rincorriamo le relazioni parassitarie e infelici, nutrendo l’apparato che le crea e le legittima. Se, invece, a morire, finalmente, fosse l’idea patriarcale di vita e di società, il richiamo e il compiacimento del maschio? Ridurci alle richieste dell’altro, ridurci a compiacere l’altro, significa riconoscerci in una identità offerta non dalla relazione che, al contrario, va costruendosi assieme, ma unicamente dalla convinzione dell’altro rispetto a noi. Continuiamo a fare poco o nulla, in tutti i campi, non dico per sovvertire l’ordine del vecchio feudatario ma, almeno, per offrirgli la possibilità di riflessioni non in linea, fuori-tema, decidendo di rompere la tradizione femminile ossequiosa con azioni e parole dette o scritte. Le parole usate per dire di noi diventano programmi psicologici, sociali e politici. La libertà è la costruzione di un’interiorità autonoma e segna il lavoro di consulenza psicologica con me. All’inizio, la solitudine è il luogo e il tempo dove smettiamo il consenso e l’esaurimento. La cura del movimento, la manutenzione del corpo, come vogliamo, segnala la liberazione dai vecchi usi e costumi, l’emancipazione rispetto al passato.

Gli uomini si alleano e si distribuiscono i poteri che contano, riconfermando i monopoli sulle scelte di vita sociali. La percezione del pericolo di simbiosi deve farsi costume, evitando pose da superdonne. In fondo, la libertà è la ricerca verso la libertà. La cultura, la politica non sono solo quelle istituzionali. I cammini di autonomia, le alleanze che migliorano il quotidiano, gli incontri per saperne di più o anche solo per strutturare il tempo, le nuove forme di lavoro sono già politiche e culture. Le donne hanno una concezione consapevole del lavoro, del welfare e della famiglia e sanno elaborare un proprio pensiero sull’attività, sulla produzione, sull’accudimento. Non vogliamo spendere il meno possibile, semmai, apprendiamo a prenderci cura della salute attraverso il colore di un rossetto, il tessuto del pigiama, la pelle della scarpa. È una nuova visione dell’acquisto come investimento per il benessere oltre le mode, a servizio, davvero, senza peccato, della moda.

Tenere al prossimo non significa non prendersi cura di sé. Al contrario, se ci importa delle relazioni comunitarie, è distraendoci dall’io che lo sveliamo e lo risolviamo. Non sempre è vincente mettersi al primo posto. Dipende dal contesto, dalle ragioni, dai desideri. La qualità della vita delle donne richiede anche l’accoglienza dei momenti di abbandono e di nervosismo. L’episodio ansioso, il sentimento di frustrazione, la somatizzazione esprimono l’umanità, la possibilità di non essere sempre all’altezza delle situazioni. Passare la vita a stabilire le priorità e a mettere in scala le persone o le azioni lavorative è un altro modo per pretendere di tenere tutto sotto controllo. Ci sono relazioni importanti, anche quella con se stesse, che in certi giorni trascuriamo. Il benessere consiste nel riconoscere l’esclusione, la mancanza, l’imperfezione, il fuori-testa. In alcuni periodi, reputiamo prioritaria l’attenzione ai figli, in altri, l’interesse per l’abitazione, in altri ancora, decidiamo che prevalga l’impegno di coppia o la concentrazione per il lavoro. Ogni situazione è un momento di sé, tenendo a cuore tutto. Valutiamo di volta in volta ciò che richiede prontezza e costanza, senza che lo sforzo di non affaticarci e di apparire sempre forti e perfette diventi la vera fatica.

Le parole di  James Oppenheim nel 1912:

Mentre marciamo e marciamo nella bellezza del giorno, un milione di cucine annerite, mille lucernari di fabbriche grigie, sono inondate da tutto il fulgore che un sole improvviso dischiude, per chi ci ascolta cantiamo: “Pane e rose! Pane e rose!” Mentre marciamo e marciamo, noi ci battiamo anche per gli uomini, perché sono figli di donna, e noi le loro madri. Le nostre esistenze non saranno sfruttamento dalla nascita sino alla tomba. I cuori patiscono la fame come i corpi, dateci il pane, ma dateci anche le rose! Mentre marciamo e marciamo, innumerevoli donne morte, piangono, attraverso il nostro canto, il loro antico lamento per il pane. Il loro spirito stremato conobbe poca arte, poca bellezza e poco amore. Si, è per il pane che combattiamo, ma noi combattiamo anche per le rose! Mentre marciamo e marciamo, noi portiamo giorni grandiosi. La riscossa delle donne significa la riscossa dell’umanità. Non più chi si massacra di lavoro e chi ozia, i tanti che soccombono alla fatica e i pochi che riposano, ma la condivisione delle glorie della vita: pane e rose! Pane e rose!

 

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