14 aprile 2020
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Categoria Consulenza
14 aprile 2020, Commenti 0

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Le idee che uno può avere in testa non scacciano gli orsi dalle caverne

Lewis, p.43

Ho resistito due mesi e adesso compio questo atto di vanità che profana il silenzio del mio opulento mondo ammalato. Mi chiedo come ho potuto, un anno fa, sopportare, paziente, tre mesi di ospedalizzazione e di riabilitazione e perché la quarantena, invece, mi ha mal disposta dal primo giorno, pur riconoscendo le gioie dell’eremo. È che quando scelgo il ritiro, chiedo la garanzia e la confortante certezza che il prossimo continui a muoversi anche senza di me.

Una colonna sonora di questi pensieri in quarantena è il libro paradossale di Roy Lewis1, amaro e triste, non divertente come mi era sembrato anni fa. È il racconto della originaria e mitica virilità, potente e selvatica, imbarazzante nei mutamenti che ne hanno caratterizzato l’evoluzione. La legge paterna, il femminile destabilizzante, la misoginia violenta e il dominio sulla terra, temi rozzi perché atavici, insomma, di dolorosa basica attualità.

Tu, mi dispiace moltissimo dirlo, stai cercando di migliorare te stesso. E questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo-borghese e materialistico… Non sei più innocente ma sei ignorante. Hai gettato alle ortiche l’obbedienza alla natura, e adesso credi di poterla guidare prendendola per la coda.

Lewis, p.58

A causa delle misure di contenimento della pandemia, ogni persona si è ammalata a modo suo, fra paralisi e iperattività. L’effetto collaterale è che il silenzio e il vuoto rendono il panorama più chiaro, evidenziandone le disfunzioni. Niente sarà come prima è solo una possibilità che ha bisogno di studio e di impegno. La parte malata, la parte ombra – e non dico l’inconscio – pensa di poter impunemente continuare ad imporsi senza che nessuno se ne accorga. La miserabilità e la disperazione sentite fino in fondo, non consentono di finire le preghiere, ma affinano la vista di chi sceglie di continuare a capire. Io non vedo, non vedo ancora, l’uomo nuovo che avanza.

Perché dovremmo essere persone migliori, dopo uno o tre mesi? Chi era abituato ad assolversi, continuerà impunito a sentirsi a cavallo della storia e della sua azienda. Si sentiva già bravo e bello prima, e si ripresenterà, dopo, con la faccia tosta di sempre, senza rendersi conto che questa pausa silenziosa, lunga e breve, avrà incoraggiato chi, al contrario, il silenzio lo ha usato davvero come lente d’ingrandimento. E peggio mi sento se qualcuno darà prova di essere in buona fede. A me e a poche altre è bastata un po’, solo un po’, di lontananza di tempo e di spazio, per ascoltare che gli imperatori hanno ancora una volta risposto “come una potenza offesa e non come una umanità ferita”. Richiamo le parole di Luisa Muraro, in un’altra fondamentale epoca storica.

Ogni situazione può essere una opportunità solo per chi vuole, per chi sa e può. La recita della realtà è in agguato e ho il dubbio che molte risposte siano solo emozionali. Rimane da verificare con il passare del tempo se la solidarietà messa in bella mostra sarà un bene contagioso e non una finzione commerciale. Prima, la circolarità era figura scontata della mia forma mentis. Adesso, la considero tutta da ricostruire e riparto dall’assioma separatista io-l’altro e noi-loro. La considerazione della differenza crea un buon terreno per eventuali prossime possibilità di confronto.

Ascolto ancora i responsabili d’azienda che hanno bisogno di mascherarsi da uomini giusti. E alcuni non hanno ancora capito la differenza fra l’autorità e il potere di comandare e di controllare. Le parole che rilasciano anche pubblicamente sono la prova di una distanza che pare incolmabile. I padroni continuano a decidere sulla testa dei dipendenti, senza averli mai ascoltati. Riconosco il micropotere degli introversi iperattivi che in modo febbrile continuano a difendere, infondo, il proprio orto: quelli che l’azienda-sono-io e che se-non-ci-fossi-io.

Temo che chi non si accorgeva, prima, del rapporto indispensabile di interdipendenza, potrà reiterare il sistema di diseguaglianze anche dopo. Gli imprenditori, ferocemente lontani dalla consulenza della scuola di educazione Alla persona, erano affetti dalla malattia del dominio incontrastato e difficilmente ne usciranno senza una guida severa. Alla riapertura, non sarà scontato che guariscano dalla fascinazione verso l’esercizio della sottomissione e dalla tentazione antidemocratica del monarca. E dopo, più di prima, sarà improbabile che scelgano di pagare un lavoro di consulenza psicologica e culturale, se non obtorto collo. Ma chi torcerà quel collo rigido? Per pochi la malattia o la paura della malattia avranno favorito l’autoanalisi, la riflessione, la coscienza dell’introspezione.

L’obbligo, dopo, sarà di trasformare in energia politica, la pratica della ricerca e dello studio. Mi interessa l’etica delle tecnologie, delle task force e dei pool, l’etica del lasciapassare cartaceo o del sistema di geo-localizzazione obbligatorio e di ogni sistema di sorveglianza. In quale scenario sociale, in quale complessa cultura l’essere connessi e rintracciabili saranno ritenuti strumenti di sicurezza? La discriminante è la visione filosofica da cui originerà ogni decisione.  Il controllo democratico è un ossimoro se si basa sulla Risposta allo Stimolo di pavloviana memoria, e non sul riconoscimento di responsabilità da parte di ogni persona. Credo che nessun diritto possa essere assegnato dagli strumenti tecnologici i quali, certamente, portano risultati veloci al business. Al contrario, l’apprendimento è lento, la psiche è lenta e l’attitudine all’alterità è tutta da costruire.

Non mi preoccupano le nuove forme di cittadinanza che prevedono probabilmente l’aiuto dei Big Data (dovrò studiare bene) e sono disposta a mettere in discussione la libertà di movimento, almeno, come la consideravo in passato. Però, sarà sempre presto per allentare la stretta sulle attività produttive, senza avviare un ripensamento sulla idea fondante del sistema nel suo complesso. Il territorio della pulizia culturale appartiene alla psicologia applicata alle organizzazioni.

La psicologia del lavoro è fragile perché è una disciplina giovane ed è maschile. Su quest’ultimo concetto intuito – la psicologia del lavoro che custodisce il modello ben strutturato, maschile e vanaglorioso, anche nelle donne – vado approfondendo e ne riparlerò. Certo, sarebbe un vero disastro aziendale se l’unica risoluzione fosse l’ascolto delle lamentele, il contenimento delle rivendicazioni, la cura dello stress e non, soprattutto, la comprensione delle ragioni di sistema, più profonde e pericolose che, prima, avevano prodotto i malesseri.

Prevedo forme organizzative che non intravedo neanche in lontananza. L’ignoranza e l’impreparazione non saranno lenite da automatismi tecnologici. Essere preparati non significherà solo avere le mascherine, i vaccini e i tamponi e l’efficienza nella vendita online, ma anche provvedere a politiche del lavoro giuste e ad un sistema aziendale democratico e solido.

Gli esseri umani, per non sentire odor di sepoltura, hanno bisogno di organizzare il futuro. La psicologia a servizio delle organizzazioni deve essere capace di trasformarsi, sganciandosi dagli artigli del potere. Come psicologa del lavoro è opportuno che, più che mai adesso, stia attenta a non cedere a marchette e prebende, per timore di rimanere senza guadagno. Chiarisco la mia riflessione. La partita iva, in trentacinque anni di attività, ha rappresentato una scelta anche politica. Comparire mensilmente nel libro paga di un datore di lavoro avrebbe legittimato prima o poi il tacito lasciar correre degli scivolamenti autoritari nel governo umano dei lavoratori e delle lavoratrici. Senza diventare l’inferno per l’altro, riprenderò, per esempio, i testi di Harendt, di Romanini, di Mintzberg, di Schein, che timorosamente con il passar degli anni avevo taciuto, per il fatuo pregiudizio, confesso, che se il cliente – rivedrò anche questo termine – avesse misurato la sua ignoranza, io avrei perso il lavoro. Talvolta, sono caduta nella trappola di trattare l’altro, e peccaminosamente anche l’altra, come un bambino confuso, vecchio o pazzo.  E ugualmente ho perduto qualche attività lavorativa.

Immaginare il futuro non è solo un fatto emozionale, è lettura, pensiero, ricerca, dubbio. Ancor più in un clima di emergenza, il controllo sociale, legittimato dalla paura, mette a tacere il pensiero critico, in nome di un generico interesse comune.  Modificare il mondo del lavoro significherà cambiare la soggettività nella sua logica di base. La parte silente, colpevolizzata e cancellata della propria interiorità non trae beneficio dall’affollamento tecnologico delle videochiamate che servono a rimanere in relazione, solo se la relazione c’è. In azienda, la pratica di coscienza sarà in gruppo e sarà in presenza.

I giorni dell’uomo sulla terra sono pochi, e la specie stessa corre un continuo pericolo di estinzione. La nostra risposta è la sfida: ci daremo allo sterminio di tutte le specie che ci attaccano, risparmiando solo quelle che si sottometteranno. A tutte le altre specie gridiamo: attente! O farete nostre schiave, o sparirete dalla faccia della terra. Qui comanderemo noi; vi supereremo in forza, pensiero, abilità, numero ed evoluzione! Questa e nessun’altra sarà la nostra politica! Eppure un’altra c’è: tornare sugli alberi. Bah! Tornare al Miocene? Non era tanto male, il vecchio Miocene, la gente sapeva stare al suo posto… ma guardali adesso: sono dei fossili! Si può tornare indietro o andare avanti: ma non si può stare fermi, nemmeno sugli alberi. Vi ripeto che l’uomo scimmia ha un solo dovere: andare avanti… verso l’umanità, la storia, la civiltà.

Lewis, p.134

Dopo, le parole come cura, relazione, empatia, desiderio, necessiteranno di essere usate in modo adeguato e dalla persona abituata a pensare oltre il proprio naso e interesse. Se no, come prima, rimarrà la presa per i fondelli. Rimarrà una copertura sociale che rivelerà la mancata scelta etica. Certo, non ci saranno parole sbagliate a prescindere, ma ogni frase, ogni metafora, rimanderà, in modo trasparente, ad una struttura di pensiero radicato e richiamerà rigurgiti di sfruttamento e di individualismo. Prima, il quadro di riferimento unico di sviluppo era legato alla produzione e al consumo, all’arroccamento del proprio utile, al dominio e all’assimilazione, alla subalternità padronale. Dalla piramide si dovrà passare dolorosamente al cerchio, senza le fasi intermedie dei trapezi che allargano il vertice e dei rettangoli che minimizzano la forza della base. Voglio dire che la gestione delle risorse umane, per forza, dopo, prevederà il cambio del nome e della sostanza in Governo Umano delle Risorse. E non parleremo più di capitale umano, ma di lavoratori e di lavoratrici liberati/e dai giochi psicologici aziendali che svalutavano e mortificavano. E si manifesterà interamente e miseramente la mentalità gaglioffa, manigolda e insolente che prevedeva, nei processi consulenziali, di raccontare di tutto un po’.

Mi attraversa un dubbio riguardo le aspettative: questa è mica l’apocalisse?! Come Totò, in una sua tragicomica scena: ma qui dentro c’è il paltò di Napoleone?

Potrò, fra qualche tempo, chiudermi alle spalle la porta di casa, ma varrà la pena di riaprire il portone del mio studio? E, soprattutto, per chi? Perché adesso non sarà come prima e non ci saranno sconti e sorrisi compiacenti: erano diplomazia e rischieranno di essere un crimine. Fuggivo, prima, dal facile bacioeabbraccio e non attendo alcun tempo favorevole per festeggiarcitutti. Aprirò quel portone, ma non come per un matrimonio a cui si deve essere invitati o come per un ricatto imposto dal mercato. Varrà ancor più il contratto psicologico, la dichiarazione protettiva del cinquanta per cento nella scelta libera dell’altro, il quale specularmente proteggerà me. Solo così saremo legittimati nell’uso futuro della relazione, anche in presenza meccanicamente indotta.

La vita della generazione C di responsabili aziendali cambierà a partire dalle scelte che faremo, dopo, e non dall’oggi al domani, quando riprenderemo le nostre attività formative sistematiche e non solo saltuarie, come dovere, magari finanziato.

Miei cari, ci esortava, fate che il vostro motto sia di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo avrete trovato, e di dare ai vostri figli condizioni di partenza un po’ migliori di quelle che avete avuto voi. Non contate sugli altri. Vivete come se l’intero futuro dell’umanità dipendesse dal vostro impegno; in fondo potrebbe anche darsi! Sono tempi critici, questi, molto critici. La padronanza del fuoco non è che un inizio; devono essere pensiero, pianificazione, organizzazione, per poter edificare su queste fondamenta. Dopo le scienze naturali, le scienze sociali! Chissà chi di noi avrà il privilegio di scoprire il modo di concentrare le energie degli uomini scimmia sui fini dell’evoluzione, e sarà il primo a guidarci su cammini davvero umani! Pensateci, miei cari. Io ho la massima fiducia in voi due. Dubito che vivrò tanto a lungo, ma voi, forse, potrete vederla… la gloriosa età dell’oro, ricompensa di tutte le nostre fatiche: essere umani, essere finalmente Homo sapiens! Io sto invecchiando, sapete, ma morirò contento se sentirò che i miei modesti sforzi hanno contribuito a mettere voi e i vostri figli su quella strada.

Lewis, p.160

 

1Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Gli Adelphi, 1960, 2008

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