Consulenza e Formazione in azienda: riparto in prima, in salita

27 luglio 2017
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Categoria Consulenza
27 luglio 2017, Commenti 2

Scuola di Ipazia

1.L’esperienza attuale  

“… le parole, sai, sono come gli odori, quando non ami più l’odore di qualcuno è semplicemente perché non lo ami più. Così, quando non ami più le parole, è perché ti stai staccando dalle cose che queste rappresentano”.

Michela Franco Celani, La casa dei giorni dispersi, Salani, 2009, Pag.98

 

Trentacinque… cosa misurano trentacinque anni di professione? Sono un attimo di respiro, un credo gioioso, un’amarezza infinita. Vivo ancora, da psicologa aziendale, nella militanza e, quasi, in clandestinità. Ho una vita professionale da precaria, ma non sono una precaria dell’esistenza e questa convinzione, finora, ha garantito la durata e il valore delle mie attività lavorative. Mi chiedo, oggi, se il precariato coinvolga solo lo stato lavorativo o rappresenti, invece, una condizione ontologica. Mi chiedo quanto sia possibile che il mio essere stesso si modifichi, sia per la mancanza di comprensione nelle aziende che a causa di chi chiede, di chi partecipa, di chi nega. Le quattro aree di indagine e di applicazione, consulenza, formazione, selezione e valutazione, sono interdipendenti e riguardano un’unica professione. La progettualità adulta chiede la pre-visione a breve, a medio e a lungo termine giacché, dove manca la proiezione di sé e l’organizzazione nel futuro, anche prossimo, non può darsi alcuna attività vitale consapevole. Scrivere e render conto è per me strumento di assistenza durante la trasformazione.

Negli ultimi anni, incontro un’umanità diversa, ammassata in locali spesso fatiscenti e inadeguati. Incontro individui forzosamente arrampicati su sgabelli di fortuna oppure comodamente seduti in alberghi estranei, a riempire stanzoni anonimi e pretenziosi, animati da innovazioni tecnologiche, sempre le ultime e quindi, già in odor di morte. I luoghi inadeguati della formazione rivelano il decadimento di una professione che necessita di rivedere tutto radicalmente. Sento chiamare con il nome di Formazione le modalità di sopravvivenza di quattro cialtroni che hanno immaginato la frontiera dell’ultimo business, dichiarando la resa davanti al significato profondo di un qualunque intervento che abbia luogo in una organizzazione definita.

Non sono perdente, ma spesso ho perso e in questa sconfitta avverto una dignità e un orgoglio che non sentirei in una vittoria – rispetto a cosa, poi?

Formattore, brain coach, allenatore emotivo, esperto della felicità, personal trainer, problem solver, motivatore, deprogrammatore. (Quest’ultimo, negli USA è il consulente a cui vengono affidati i soggetti sfuggiti alle sette e che per una settimana vive e interagisce continuamente con il plagiato). Ciascuno di essi è un soggetto, quasi sempre maschio o maschia, diplomato, più o meno quarantenne, licenziato dall’azienda in cui era occupato, con l’idea fissa che la consulenza e, ancor più, la formazione prevedano un generico talento affabulatorio, in realtà concionesco, a raccontare qualcosa in pubblico. Dispensatore di nozioni feticcio, preda di pigrizia intellettuale e divulgatore da social, egli azzarda formule con slide patinate raccolte e immortalate come seme pregiato. La sua faccia è su facebook settimanalmente e quotidianamente condivisa con suonata assolo, con l’aria di chi la sa lunga, lanciando suggerimenti banali che chiama pillole, termine chiaramente trafugato al campo medico. Talvolta è il laureato più o meno confuso ad essere autorizzato all’utilizzo di metodi e di tecniche al confine con l’abuso della professione di psicologo. Molte società nascono avendo come fine il denaro e forniscono al mercato personaggi simpatici, grintosi, affascinanti, seducenti, coltivatori di hobby ed entusiasti delle novità. Telegenici.

Mi rammaricano le gesta di colui, considerato valoroso, un self made man che s’inventa un lavoro, del riciclato con il copione non perdente e non vincente, in rabbia di rancore o di sfida. Assisto all’apparizione approssimativa e sventata del senzamestiere che, rumoroso e colorato, si butta indifferentemente nell’arena targata GRU come docente, formatore, selettore, come esperto. Il più discreto nell’uso di titoli e onorificenze si presenta come tecnico, dimenticando che la téchne, dal greco τέχνη, è l’insieme delle norme applicate e seguite in attività intellettuali o manuali e che, necessariamente, prevede il pensare e il progettare, l’essere coscienti e conoscenti. La teoria, quindi, è la pratica e l’una non è data senza l’altra.

Nelle aziende, gli interventi alla docilità prevedono il domatore, il giocoliere che, sempre e inconsapevolmente, nelle persone, facilita l’adattamento in una nicchia senza libertà e tramite un automatismo a favore del potere di turno. Gli applausi, i sorrisi compiacenti producono, in aula, forme di assuefazione e seduzione e, di conseguenza, costruiscono stupidità collettiva. L’omologazione, la riduzione a modello, la schedatura sono espressioni di potere e di controllo su blocchi di candidati e mai divengono strumenti per capire l’adeguatezza della persona e la sua crescita eventuale all’interno dell’azienda considerata. Il comico, il giullare di corte finisce per intrattenere un pubblico che non vuole fare nessuno sforzo di pensare e che non vuole angosciarsi con i dubbi, le scelte e le domande. Ricordo l’infantile stato di sogno dell’uomo-massa di junghiana memoria.

Rilevo l’emergenza e prendo contezza che così non è, che così non si propongono la Consulenza e la Formazione semmai le si denigrano e le si annullano. Le costruzioni ideologiche sono rese possibili grazie ad un attuale impoverimento progressivo degli studi intorno ai processi consulenziali e formativi. Ogni intervento fallisce, se si adatta al mercato del lavoro, se lo compiace, se si giustifica e si mortifica davanti all’ideologia del dominio e del controllo, all’economia che paralizza, al principio di prestazione, alla tecnica che riduce tutto a strumento di gratificazione di soggetti senza coscienza. Concordo con Luigi Zoja: Il male non deriva da una cattiva intenzione, ma da una mancanza di consapevolezza.

Accolto l’altrui sospetto dell’aria snob e accademica di me, perché dedita allo studio e alla ricerca continuativa, affermo che l’impegno nell’area della GRU non può essere considerato un espediente per tirare a campare. Mi dispiaccio e sorrido quando qualche pisseur de copie, girandomi intorno, strumentalizza neologismi, ricerche, progetti. Offro pagine scritte con generosità a chi me le chiede, ma ne riconosco presto le inopportune caricature, sotto immagini ineccepibili di ottime grafiche pubblicitarie. Penso che, dopo aver riutilizzato il termine, la frase, le pagine del programma, rimanga un copiaeincolla che costruisce e agevola solo operazioni di vendita del pacchetto formativo. Viene a mancare il processo, la fatica della ricerca, il pensiero che sostiene e legittima l’uso di una parola e di un programma. Ascolto poche idee copiate, incollate e rimescolate e così divido il mondo in professionisti/e che studiano e orci da salotto.

Insistendo, alcuni operatori di marketing mi chiedono di evidenziare la caratteristica distintiva per convincere i/le clienti ad acquistare servizi da me e non da un altro. La mia risposta è che non lo so, visto che propongo progettualità acquistabili, ma non vendibili e riproducibili. Rispetto alla consapevolezza di sé, le attività di consulenza e di formazione non possono essere vendute. Il focus è sulla responsabilità, sul desiderio, sulla richiesta di ciascun/a cliente di essere accompagnata/o per capire e per migliorarsi. La consulenza e la formazione propongono sistemi di significato e non pacchetti da vendere.

Il programma formativo si avvia e procede perché in azienda e in aula ci sono persone interessate alla coscienza e alla conoscenza di sé. Il resto è magia ed è manipolazione. È abuso di potere. Vale la certezza che Luigi Zoja sottolinea:

Il cuore dell’analisi (della consulenza/formazione: n.d.r.) è etico: si propone di combattere la menzogna, prima di tutto quella che raccontiamo a noi stessi. L’etica dell’analisi non è dunque un espediente per dare rispettabilità alla professione. È una presenza originaria. (L.Zoja, op.cit.p.7)

Il cinquanta per cento di responsabilità fra le persone coinvolte, è l’atto fondativo di ogni contratto consulenziale. Il cinquanta per cento assume valore di sacro e di sano. Ogni volta che offro o ricevo, senza averlo stabilito, di più o di meno, mi ricredo: non serve. In qualunque relazione, il cinquanta per cento di responsabilità, garantisce la pulizia da ogni gioco psicologico. La relazione paritariamente con-divisa è pulita perché è liberata ed ab-soluta. Il cinquanta per cento significa che c’è l’intenzione, l’impegno, il patto a favore dell’autonomia di sé e della testimonianza credibile. Il contratto psicologico.

Garantisco il lavoro di lettura, di comprensione, di ripensamento, di valutazione dell’esperienza, coinvolta nella relazione onesta con la committenza. Con queste premesse, chi sceglie di affidarmi la cura di sé, dei/lle dipendenti e dell’azienda è già in cammino sulla strada del cambiamento. Il discorso intorno alla consulenza e, a seguire, intorno alla formazione, valutazione e selezione, è etico ed è personale, prima che economico e produttivo. Appartiene, cioè, alla storia di ciascun essere umano considerato. Per proporsi come consulente è necessario essere una persona onesta, radicale e competente.

L’idea di complessità, dopo decenni di utilizzo, è scaduta in una forma sincopata e superficiale che prevede di tenersi tutto, come nel peggiore relativismo. La scelta che dichiara: in medium stat virtus, scade nel compromesso italiota, nella mediazione inadeguata, forzata che fa l’occhiolino ad una visione compiaciuta e silente del divenire organizzativo, nonostante i sintomi dichiarati. Si media, proponendo contenuti e modalità che piacciono un po’ a tutti, perché manca il coraggio di rimanere nel conflitto. La formazione che non è legata ai processi produttivi è ritenuta astratta.

<Commerciale e tangibile> <più sales>, corredate da richieste <tipo?> <in pratica?> <concretamente?>: spesso, sono proposte che rimandano ad agglomerati di tempo a chiacchierare, senza visioni e contenuti e a prezzo altissimo o bassissimo. Infatti, il disturbo, il male, è sempre nell’esagerazione, in un verso o nell’altro. Io invito a spostare lo sguardo dal denaro alle relazioni, dal profitto al bene comune, dal mercato alla vita. Alla Persona.

Ancora, molti scambiano la metodologia sperimentale con l’animazione da villaggio turistico. Barca a vela e zattere, caccia al tesoro e camminate sui carboni, arrampicate sull’albero della cuccagna, mise en scène e attrezzature da giovani marmotte.  Un’ammüìna in cui si cucina allegramente, si coltiva la terra, si fanno costruzioni, si ride. Raccontano che queste dinamiche di gruppo facilitano il senso di appartenenza, la leadership, la capacità di negoziare e di vendere, la creatività. Sono lontana dalla concezione che la formazione debba cercare consensi solerti e applausi che anestetizzano i/le partecipanti. Tutto il teatrino che rimanda ad una metodologia esperienziale ha necessità, prima di essere praticato, di chiarire il fine e lo scenario di riferimento e, in ultimo ma non ultimo, il senso.

Perché dobbiamo frequentare corsi di leadership, di vendita, di lavoro di gruppo, di autostima? Per essere funzionali ad una struttura aziendale ordinata dagli uomini e dalle donne del vecchio patriarcato? E perché mai le donne, in azienda, dovrebbero voler diventare come gli uomini, pur di essere viste? La creatività, l’autorità, la capacità di vendere sono modalità possibili dell’essere quello che si è, in libertà, attraverso la coscienza di sé. Senza ragioni trasparenti e condivise durante gli incontri di consulenza, rifiuto la pratica formativa che chiede di diventare leader o creativa o empatica, di saper lavorare in gruppo, perché fa comodo a qualcuno o per asservimento ad una dottrina facilitata.

A questo punto, la tolleranza rispetto ai consulenti/formatori da banco non può sfiorare la complicità.

 

2. Nuovo inizio, Rivoluzione

 Audacia non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresìa, cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose. C’è un’espressione molto bella negli atti degli Apostoli, là dove si dice così: “Pietro andò, si alzò in piedi, insieme con gli undici e parlò ad alta voce”. Questa è la parresìa: alzarsi in piedi, avere il coraggio di parlare, insieme con gli altri, non come battitori liberi, non come frombolieri d’assalto che vanno avanti, ognuno per conto proprio. Il coraggio consiste soprattutto nel coinvolgere gli altri a parlare, come gruppo, come città.

Don Tonino Bello

 

L’insofferenza per la frantumazione del ruolo e l’indignazione per la strumentalizzazione e la propaganda ideologica in atto sono momento di partenza per una riflessione intorno alla professione, nel pensarmi e nel propormi alle aziende. La psicologia, applicata alle organizzazioni, come ogni disciplina, concede peregrinazioni, ma non imitazioni.

Le pagine scritte assumono valore di parresìa: scelgo di dire tutto, con lealtà, senza ornamenti, oltre il politicamente corretto. Io dico quello che la consulenza, la formazione, la selezione e la valutazione sono e, anche, quello che non devono essere. Io dico, con libertà di critica, specie nei confronti del potere, avviando un pensare comune, anche se mi espongo alla ritorsione. Mi sento socialmente corresponsabile e sono preoccupata di divenire connivente con le cattive attività nella gestione delle risorse umane. O con ciò che ritengo tale e forse per altri/e non lo è: ma questa è una ragione in più per parlarne con chiarezza e per sollevare questioni di verità.

Ricordo Maria, responsabile di formazione, che strumentalizza e si coalizza con gli “alunni” contro “la professoressa troppo severa che ce l’ha con me”. Oppure Francesco, altro responsabile, che richiama continuamente persone per emergenze, perché vinca la convinzione che il lavoro è più importante della formazione, pur avendo scelto di proporla nella sua azienda. E poi Antonio: “non credo agli psicologi!” e, ancora, Alfredo: “Facciamo la formazione sui dipendenti, ma io non c’entro” e Salvatore: “Non posso aspettare i tempi lunghi della formazione”. La formazione diviene volgare quando è preceduta da un pensiero volgare, escludente, cieco, disumanizzante. Il contrario è un pensiero che talvolta tace e, quando si manifesta, appare povero, essenziale, nudo, a servizio.

In quanto solitaria, preciso che le persone mi piacciono e nel contesto prostituzionale allargato, scelgo di rompere con la tradizione e i luoghi comuni, con le parole abusate, riproponendo un ritorno alla cella, al romitorio, come origine, come realtà nella consulenza aziendale.

Il tentativo di molti/e colleghi/e più giovani è di compiacere, rimanendo nelle aziende sempre dalla parte giusta, furba, della storia. La differenza è nell’assumere su di sé il rischio del cambiamento, la responsabilità di non fare finta, lasciando immutati gli organismi parassitari.

 Ancora una volta è importante essere etici senza sentirci dalla parte <giusta>, ma situandoci nella zona grigia della complessità… questo atteggiamento etico dovrebbe sforzarsi di essere non irrealisticamente puro, ma <sufficientemente buono>( L.Zoja, op.cit. p.18)

Nell’aula formativa o nel primo appuntamento con il/la cliente, non si tratta di creare un’atmosfera, ma di creare una relazione trasformativa. Il destino più triste che mi possa capitare è di non far male a nessuno, quindi, di essere inutile e invisibile.

Il ricordo goethiano Stirb und werde, muori e diventa, è l’esercizio di senso della ricerca che propongo. “Non voglio farti soffrire” è la frase peggiore che recita il nonamore. Nessuna persona si augura di sentire male, di morire dentro per crescere e per cambiare ma, certo, gli ostacoli e le ferite si rivelano come spinte per il rinnovamento, attraverso una lettura adeguata. Nella crescita c’è sempre un commiato, un partire da posizioni vecchie, comode, scontate verso la trasformazione.

È resistenza l’insistenza inconsapevole nel già vissuto, la convinzione di essere nell’unica possibilità, senza altre vie d’uscita. È protezione di sé il permanere consapevole in territori noti, dichiarando e patteggiando con noi stesse/i e con la guida professionista, i tempi e i modi di cambiamento, riflettendo sulle conseguenze, mentre ci facciamo coraggio, rivolgendoci a noi stessi/e con gentilezza e pazienza. La protezione di sé è curare le ferite perché, pur restando aperte, diventino feritoie osmotiche.

L’amore in senso politico non esprime una vaga emozione, ma si manifesta come un’azione, predisponendo un sistema, basato non solo sul profitto, ma sulla cura, sull’assistenza, sulla compassione verso la comunità. Il lavoro di cura non nasce solamente all’interno dei movimenti femministi ma, certo, la maggior parte delle volte, è declinato al femminile.

Riconosco consulenti da una parte o dall’altra e tutte/i interi. L’emarginazione, la solitudine, l’incomprensione sono la misura della radicalità del ruolo da me rivestito di cui oggi avverto la necessità. La proposta è lontana dalle tendenze dominanti easy, smiling e carefree, facili e sorridenti. Le incomprensioni che dichiaro con i/le clienti e i/le colleghi/e che riconosco tali richiamano alla mancanza di chiarezza su etica e morale, su visioni antropologiche e non riguardano semplicemente la scelta legittima di metodi e strumenti diversi. Sempre più spesso mi imbatto in un utilizzo illegale della legalità nei territori della formazione.

Rilevo una malattia della cultura aziendale che chiamo scotoma della formazione intesa come cammino di analisi e di cura. Scotomizzare è una forma di svalutazione che rimanda ad un allontanamento, ad una originaria difesa, alla paura davanti all’ipotesi di un possibile svelamento di sé. La mia presenza professionale è delegittimata attraverso le assenze, i pregiudizi, le attese magiche proprio da parte dei responsabili che favoriscono la diffusione di atteggiamenti di sospetto e di evanescenza della realtà.

La cultura aziendale può ammalarsi di nevrosi: quando questa è inconsapevolmente autoreferenziata, centrata su di sé e serve solo a chi la comanda e a chi la gestisce; quando è inadeguata in una situazione definita da persone reali; quando dice parole, spesso in inglese, senza fornire lo spiraglio per entrare in relazione, quando riproduce una foto statica di un momento altro dalla realtà, travisata dal senso comune. Vedo le vecchie parole della formazione e sento il loro malessere: empatia, ascolto, motivazione, bisogno, problem solving, brainstorming, out door, sono termini che hanno già dato e che hanno diluito il significato iniziale. Percolando ai livelli più bassi si disperde e si vanifica ogni significato. Io sostituisco queste arma laboris con lo studio di parole per ripensare e condividere nuovi assi culturali: per esempio, realtà e contesto, persona, respiro e corpo, educazione, linguaggio, antropologia, orientamenti e prospettive, etica, estetica, indignazione, rivoluzione culturale, rivoluzione simbolica.

Quando ho iniziato ad occuparmi di formazione, nelle aziende italiane e nei master, giravano maggiormente elementi maschili e tecnocrati. La mia proposta era accurata e seria, ma mancava di autorità maschile, era diversa per contenuti, destruens per metodologie, per strumenti utilizzati in aula. Era me! Con l’esperienza maturata, penso che, prima ancora dei contenuti, delle metodologie e degli strumenti, la diversità del mio lavoro in aula era, fin dagli inizi, rispetto ad altri, nelle visioni di vita e di lavoro e, di conseguenza, nel cammino da compiere. Degli esperti che richiamo alla memoria, riconoscevo l’esperienza, la ricerca, la disciplina, nella presenza professionale e nella pratica quotidiana, ma continuavo nella mia opera di rivoluzione di donna, di psicologa, di consulente. Quasi sempre erano maschi o erano donne maschili e proponevano interventi contro il potere attraverso il potere della formazione, infatti, tutti/e, non vedevano l’ora di poter giocare <a psicologia>. Ero sempre in conflitto e a rischio di sostituzione, da parte del committente, dei miei moduli didattici.

Nelle organizzazioni, i risvegli delle menti e la consapevolezza che rende ogni persona culturalmente attrezzata sono un rischio di esclusione. Si tratta di intenderci su domande iniziali: per quale società, per quale uomo e per quale donna nasce e vive l’organizzazione aziendale? Prima di ogni contratto, bisogna che committente e agenzia formativa, si intendano su una idea comune rispetto a quale persona/cittadino/dipendente contano e quale senso abbiano gli eventuali interventi dell’agenzia con le umane risorse.

L’essere neutro, applicato alla formazione, offre solo la possibilità di diventare in qualche modo celebrità qualsiasi. La diversità di genere, invece, consente di capire, scegliere e dosare le parole, alla fine, le uniche adeguate, intorno alla formazione; parole che fanno cadere il sipario dell’eterno spettacolo, della finta allegria, in nome di successi e di forze finte, oltre i mondi aziendali soli, vuoti, squallidi e retti da forti poteri patriarcali e manipolativi.

Credo nel divenire della persona tutta intera, non nonostante, ma attraverso le variabili genetiche ed ereditarie, ambientali e sociali, casuali e di scelta personale.

Il moto interiore è indispensabile momento iniziatico per avvicinarsi alla consulenza. Cerco di scorgere nell’altro/a che si avvicina e a cui io vado incontro, una gioiosa attenzione, un orientamento anche generico alla ricerca, una inquietudine di base. La vera prima mossa è lo scatto interiore, il sentimento del cambiamento, la messa a fuoco dei desideri, delle mancanze.

Incontro donne e uomini che spesso non ricoprono ruoli apicali, ma che si manifestano pensosi/e, interessati/e seriamente a capire, incontro persone studiose, che credono ad una severa disciplina della mente. Le parole scambiate in uno spazio formativo hanno un valore perché corrispondono alla tensione interiore di ciascuno/a. Se non vengo riconosciuta come e nel ruolo, rischio di perseguitare, di dover continuamente giustificare la mia presenza, di scusarmi per i miei interventi, di chiedere il permesso di confrontare.

 3. La schivata: a sottrarre, a proteggere

Nel mondo di oggi, la disparità dei rapporti di forza invece di diminuire sembra crescere e ci espone alla violenza che nasce dentro e che cade addosso. Dobbiamo riequilibrare le forze, prendere in mano nostra tutte le nostre forze personali per creare un equilibrio, per non trovarci esposte passivamente allo strapotere dei media e dei soldi…

… Togliersi dalla fascinazione terribile della strapotenza. Bisogna spostarsi di lato. Il debole può spostare la posta in gioco in un altrove che non è più nella mira della forza dell’altro potente. Io la chiamo la schivata. Togliersi dalla mira del di più, del di meno, dell’invidia e del rancore…è la potenza di essere tutto ciò che è. Non imbrogli, non miraggi, non inganni. Questa forza, la vita e le cose, ce la comunicano quando riusciamo a vedere, a sentire e a significare con parole vere… L’azione tempestiva è l’azione giusta nel momento. Lo strapotere sente che noi ci siamo. Che lo senta. Costringiamolo a contenersi altrimenti non fa che crescere… Politica è sostituire i rapporti di forza e lo schiacciamento con rapporti tra esseri umani che siano liberi e felici.

Luisa Muraro, gennaio 2017, intervista di P.Columba  

 

Il traguardo è prima. Voglio dire che, per ciascuna persona, avanzare significa, anche, andare indietro, in profondità, a capire le origini e le ragioni. Parlo dell’attitudine all’analisi personale come prevenzione sana, diversa dalla psicoterapia che cura il disturbo emerso. È necessario un accompagnamento che consegni filosofie, metodi, strumenti e che supervisioni, all’inizio, il lavoro di presa in carico di sé, di autocoscienza.

Ho pensato alla Scuola di Educazione alla Persona come un luogo e un tempo dedicati, in presenza di una guida, alla comprensione del proprio copione, dei propri giochi psicologici, del system racket che sottende ad ogni esperienza esistenziale infelice. È una possibilità per predisporre, per orientare, per schivare le traiettorie previste dal potere che ingaggia la guerra, che misura, che va a vincere perché qualcuno perde e muore. Questo potere fagocita e mente, paga e ricatta, sottomette in modo grossolano e sottile: sancisce un obiettivo comunemente inteso come una méta prestabilita da raggiungere, una finale che prevede sempre un vincitore, un secondo, un terzo e i perdenti.

La Scuola rientra nelle scienze sociali, nelle scienze umane, Geisteswissenschaften (Dilthey) e, attraverso la comprensione di sé e degli altri/e, vuole superare il maschilismo e l’esercizio della forza, l’acriticità e l’ideologia retriva che da essi derivano.

L’Educazione alla Persona è un’azione efficace che precede l’eventuale processo formativo, rappresentandone l’elemento costitutivo e anticipandone le evoluzioni. Essa guida tra negazioni, nascondimenti, menzogne e difese, giacché divenire coscienti delle personali modalità di abitare il mondo ha un fine etico per ogni persona. La formazione, in seguito, attiverà i processi e amplierà la ricerca comune.

La Scuola propone un percorso antico, rivoluzionario e realistico restituendo letture diverse rispetto alla realtà, creando tempi e spazi di relazioni, perseguendo una conoscenza trasversale. Educare alla persona è scuola d’arte, artigianale, di accompagnamento, un servizio alla crescita che attraverso l’uno/a, ricade su un’intera comunità. L’educare non offre soluzioni immediate, perché indica prospettive non rispetto ad un problema, ma ad una situazione contestualizzata, valutata come opportunità di apprendimento.

Non si tratta di credere o di non credere, genericamente, nella Educazione alla Persona, di considerarla come un tempo sospeso o perso rispetto all’attività lavorativa, non si tratta neanche di aver avuto in passato esperienza più o meno significative con faccendieri occasionali. Richiamo l’attenzione sul senso e sulla funzione dell’Educazione alla Persona, prima di ragionare sulla figura professionale che ne deriva. La Scuola di Educazione alla Persona si fa strumento indispensabile nella costituzione, nella diffusione e nella continua trasformazione della cultura all’interno di un’organizzazione. La Scuola non è indipendente ed è in debito di riconoscenza con le maestre e i maestri, con le persone incontrate, con i libri studiati, con le letture che non si arrendono ad una immediata comprensione.

Ogni incontro di Educazione alla Persona richiede la presenza, senza interruzioni, dei/lle partecipanti, perché riconosce l’apprendimento nella interazione, nella relazione che va accadendo in presenza. Non è possibile, quindi, recuperare con appunti, schede, materiali didattici diversi che, pur se importanti, escludono il vissuto personale nella situazione. La dinamica di gruppo è il viaggio che, attraverso la comprensione e il coinvolgimento, avvia il cambiamento e dà senso all’incontro formativo. Quello che ciascuna persona sente, pensa e decide di agire nel gruppo rappresenta motivo di analisi e di lettura.

Il cammino più o meno lungo proposto dalla Scuola di Educazione alla Persona si interessa di relazioni nella diversità di genere ed è una permanente proposta di apprendimento per conoscere e per governare se stessi/e in compagnia degli altri e delle altre, inseriti/e in un contesto sociale e lavorativo. La diversità di genere coniugata con l’educazione alla persona è un modo per abitare il mondo e il mondo del lavoro. È un lavoro sulla struttura e sulla funzione. Di cosa parliamo quando parliamo di donne e di uomini? Per quale vita sociale, lavorativa ci prepariamo? Per dialogare con chi? E su cosa?

In ogni situazione aziendale, la scommessa della Scuola di Educazione alla Persona è dare un senso collettivo a quello che avviene. Viviamo la vita attraverso una forma di rappresentazione della vita stessa, attraverso un filtro, una chiave di lettura che riporta alla storia personale di ciascuno/a. La nostra mente ha una base immaginativa, mitopoietica. È indispensabile ripartire da una fenomenologia dell’esperienza, che significa la possibilità di tornare alle cose stesse. Infatti, il senso di ciò che ci accade è direttamente collegato al fenomeno: se non smontiamo il sistema di credenze è difficile che venga fuori una visione originaria delle cose.

Continuo a preferire rispetto ad una formazione di base, che chiamo Educazione alla Persona, uno/a psicologo/a regolarmente iscritto/a all’albo, con un percorso di crescita e di analisi personale di almeno cinque anni, certificato presso una scuola riconosciuta. Illuminante può essere l’attività formativa condivisa con un/a filosofo/a che pratichi l’insegnamento al pensiero.

Non ci sono iniezioni veloci e pillole, fine settimana intensivi e corsi brevi che licenziano maestri di comunicazione e dintorni. La serietà è lenta. Solo l’esperienza non basta, la tentazione è rappresentata dalla generalizzazione e dalla personalizzazione di ogni assunto. Se non hai una chiave di lettura per leggere i fatti accaduti, se non ti dai le ragioni di quella esperienza, non puoi svolgere la funzione pedagogica.

L’Educazione alla Persona è il lavoro intrapreso accompagnati/e da maestri/e adeguate/i e testimoni credibili e seguiti/e per tutto il resto della vita in una Comunità di Ricerca di riferimento.

Lavoro perché avvenga il passaggio dall’azienda nevrotica all’azienda poetica. In azienda la felicità si persegue con l’interdipendenza, con il mutuo scambio fra la cultura del molteplice e la cultura dell’organizzazione. Spesso, invece, l’integrazione in un’azienda concepisce solo l’assimilazione. Si sopravvive e ci si amalgama, divenendo un esecutore, un uguale. L’identità aziendale (noi siamo così, abbiamo sempre fatto così) pretende il mimetismo, la scomparsa delle diversità, in nome di una comune integrazione al sistema che provvede ad ammaestrare. La complessità, la varietà sono sempre guardate come minacce al potere e allora, chi detiene un dominio, non essendo interessato alle persone, fa presto a ridurre l’individuo a funzione, espellibile dal sistema stesso, dropout.

Angela Davis partecipando al Women of the world Festival 2017 a Londra, parla di femminismo intersezionale, da intersecare. In ogni azienda si manifestano impulsi di sopraffazione e l’assimilazionismo tende sempre a regnare sovrano. È importante capire di poter integrare le persone diverse dove vige la supremazia dell’uguale e dell’omologazione.

La Scuola di Educazione alla Persona non è neutra, non può rivolgersi genericamente “all’uomo del ventunesimo secolo”, non può ridursi al maschile che millanta varietà, ma si rivolge alle donne e agli uomini che, qui ed ora, vivono in relazione di diversità in un territorio. Una formazione nuova più che una nuova formazione. Anzi, una educazione di senso. Una preparazione che non pensi solo ad innovare, ma anche a progredire.

Bisogna combaciare con se stesse/i, riconoscere la propria ombra perché è il volto speculare della luce. Combaciare è la coincidenza fra il pensiero, il sentimento e il comportamento sociale agito. La consapevolezza crea dolore all’andata e al ritorno: perché si soffre e perché si leggono le difese messe in atto per sopravvivere.

La formazione nella diversità di genere assiste la donna, l’uomo e la relazione che ne consegue perché quello che deve accadere accada, attraverso la lettura possibile dei fatti verso un livello di coscienza che, cammin facendo, diviene più profondo e intride gli strati più intimi.

Da anni mi chiedo se posso obbligare qualcuno ad essere libero. Oggi rispondo che no, non posso costringere nessuno ad interrogarsi e a studiare ma che, nel mio ruolo, lì dove sono chiamata a svolgere il mio dovere, sento di dover continuare ad esercitare il confronto, la richiesta a pensare assieme, a capire assieme. Attendo con pazienza il tempo di comprensione dell’altro/a, il momento in cui decide che vuole comprendere e chiede una guida. Nello stesso tempo, colgo ogni occasione che mi si presenta per ricordare quanto è importante iniziare o riprendere il lavoro di coscienza di sé. Non è motivare, è ancor prima, aiutare a riconoscere, per qualcuno/a, per la prima volta, la possibilità di sentire, di pensare, di scegliere di agire e agire, talvolta, anche il silenzio e l’attesa.

È così che si riscopre l’energia perché si è umani/e e perché si può rinascere a se stessi/e nella mente, nel corpo, nello spirito. La Gestione delle Risorse Umane ha un inizio nella possibilità di ciascun Individuo di riconoscersi come Persona in un cammino di autonomia.

Come sottolinea Aldo Carotenuto, significa riuscire a elaborare, in un processo che terminerà alla nostra morte, la nostra presenza nel mondo come presenza unica, originale e irripetibile. Significa trovare quelle modalità attraverso cui esprimere pienamente la nostra unicità. Se <individuarsi> significa fondamentalmente differenziarsi, mai come in questi nostri tempi il compito dell’individuazione suona come una necessità, un imperativo morale.

Credo che, oltre una terapia psicologica, possa davvero esserci una educazione psicologico-letteraria-filosofica che accompagni l’essere umano durante il processo di individuazione di sè. Non solo un insegnamento, ma anche un dono, una gratuità, l’elargizione di una ricchezza che ciascuno ha creato durante la propria esistenza.

Il termine consulente, dal 1673 circa, si riferisce ad un professionista che offre informazioni e consigli. Il verbo Consŭlĕre rimanda alla riflessione, al prendersi cura di qualcuno. In un testo bizantino del IX secolo si parla del terapeutès ton logon, terapeuta dei discorsi. Questi studi mi portano in recessi trascurati dalla storia ufficiale delle aziende. Le nuove strade, i nuovi luoghi sono, oltre alle aziende, ai confini, nelle scuole, nei partiti, nelle parrocchie, nei teatri sperimentali di periferia, nei luoghi di cura, nelle associazioni e nelle piazze dove vive la gente. Un mondo a parte che resiste ai margini della ribalta della sopravvivenza consuetudinaria.

Io credo, attraverso la Scuola di Educazione alla Persona, a Gayatri Spivak:

Lo definisco “sabotaggio affermativo” perché sabotare soltanto, significa distruggere, fare in modo che qualcosa non funzioni più. Nel sabotaggio affermativo, invece, tu osservi, impari come funziona la macchina e poi fai in modo che lavori contro l’obiettivo che aveva prima. Significa conoscere il meccanismo, partire da una posizione di forza, non di debolezza. Qualunque strumento di potere, in un certo contesto, dovrebbe essere trattato in questo modo, perché è l’unica arma che abbiamo. È il nuovo attivismo, se volete; una determinazione che tende alla giustizia sociale. In altre parole, usare il capitale a fini sociali piuttosto che per il proprio beneficio o per la propria famiglia. Ovviamente è una cosa molto difficile, è un cambiamento del modo di pensare.

 

Riferimenti biblografici

  • Luigi Zoja, Al di là delle intenzioni. Etica e analisi, Bollati Boringhieri, 2011
  • Luciana Castellina, Ribelliamoci, Aliberti ed., 2011
  • Aldo Carotenuto, Oltre la terapia psicologica, Bompiani, 2004
  • Gayatri Spivak, L’Espresso, N.29, luglio 2017

 

 Editing: Enza Chirico

 

 

2 responses on “Consulenza e Formazione in azienda: riparto in prima, in salita

  1. Mimmo Annicchiarico scrive:

    Ti riconosco. In tutto. Sei rimasta integra, appassionata del tuo lavoro, vestale della parresia, stoicamente tetragona nel testimoniare il tuo essere, mettendo in non cale l’avere. Sì, fai bene a non cambiare. I formatori veri cambiano in meglio quelli che hanno la fortuna di incontrarli. Io sono tra questi. Grazie. Mimmo Annicchiarico

    • lizia scrive:

      Mimmo, sono grata per esserti fatto incontrare e riconoscere. Procediamo assieme, lontani, ma vicini, sulla strada in salita di buone pratiche simboliche di rivoluzione

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