Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, 1945/2016

4 agosto 2019
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Quanti anni compie un desiderio perché non si trasformi in una fantasia delirante? E chi stabilisce il limite fra la giusta aspettativa e l’inizio della follia? Ne Il deserto dei Tartari, il trentaquattrenne Dino Buzzati, racconta il sentimento dell’attesa che, infine, può ammalare con la previsione del proprio destino di successo, con l’ostinazione nel sogno di un evento che possa dare senso, finalmente, alle rinunce di una vita.

Rivedo qualche spezzone del film, messo in scena nel 1976 dal regista Valerio Zurlini. Un giovanissimo Jacques Perrin, nel ruolo del tenente Giovanni Drogo, aspetta una improbabile invasione nemica. La immagina, la visualizza, la prevede nell’organizzazione, quella battaglia che gli offrirà onore, riscatto, vittoria. Rinchiuso dentro la fortezza Bastiani, rinunciando a farsi una famiglia, a costruire relazioni gioiose, a scegliere le comodità di una casa, Giovanni è riconoscente alla sua vita militare perché, ne è certo, arriverà il nemico e combatterà e vincerà. Insieme alla battaglia, scoppierà la felicità tenuta a freno per così tanto tempo.

In realtà, la fortezza Bastiani, dal nome altisonante, è una modesta bicocca, vissuta come il luogo dell’avventura memorabile, dell’emancipazione e del prestigio. L’imperturbabile presidio militare è un bluff e il grande avvenimento e l’invasione nemica arriveranno troppo tardi e passeranno, insieme alla vanità di una vita eroica.

Anch’io ho avuto il mio deserto a cui fare la guardia e un nemico/salvatore da aspettare. Una frontiera che si affaccia sul nulla è un modo per restare ferma e il deserto inanimato e inutile continua ad attrarre perché in quel vuoto può accadere tutto, come può essere scritta qualunque storia su un foglio che rimane bianco.

L’attesa nella fortezza Bastiani attribuisce al tenente Giovanni Drogo uno statuto di superiorità. È nel futuro il risarcimento: così il nemico invasore che salva, acquisisce un valore fondamentale, non può non essere vero e non può che manifestarsi come nemico a cui opporre resistenza. Nel frattempo il giovane Drogo accumula diritti rispetto all’altro e alla vita. È un’economia psicologicamente povera: dipendo dall’altro che non si manifesta, accumulando crediti inutili di felicità, maturando il rancore vendicativo, perché sono io che li faccio esistere, i Tartari! La rinuncia e la sofferenza diventano merce di scambio perché la gloria sia meravigliosa.

L’essere umano che attende diviene nevrotico perché sposta sull’altro che non arriva la possibilità di godimento e di scelta vitale. È l’altro, ancora assente, il responsabile della mia angoscia. È nell’inconcludenza che posso vivere, e mi ostino a resistere. Se appagassi il desiderio, non soffrirei più e, però, mi sentirei in colpa. Chi o quello che non arriva, proprio con la sua mancanza, garantisce la mia esistenza e mi tiene tesa, vigile, irrequieta. Se non ci fosse, mi toccherebbe scegliere, assumere la responsabilità di decidere e di agire. Quando l’attesa, di qualcuno o di un evento, si lega al sacrificio, la frustrazione è assicurata.

Nella voce dell’Autore, riascoltata da adulta, intravedo un’altra prospettiva della speranza, della pausa, più in ombra e più consapevole. Se il tempo dell’attesa non fosse di ricatto e di sottomissione? Se, insomma, non fosse il tempo isterico che richiede la conditio: continuo ad aspettare solo se non arrivi? Se quel tempo sospeso non fosse perduto, ma si rivelasse come cifra di coscienza e di riappacificazione con se stessi? Forse ogni persona deve passare da quell’incantamento per giungere alla possibilità critica, al discernimento, dinanzi alla realtà. Il desidero è salvo ed è liberato dalle catene della patologia e può essere duraturo perché non è più legato all’apparizione dell’altro, al suo assenso, ma alla curiosità della coscienza, all’approfondimento del proprio copione.

Se l’appuntamento atteso è con l’esistenza, allora, non c’è battaglia, e riconosco la riconciliazione armoniosa nell’utilizzo del tempo e dello spazio concessi per completare l’opera che è previsto che io porti a compimento. La relazione ricattatoria si risolve con la scelta e la certezza del dono. Non sono ostaggio di chi non arriva, ma faccio dono, innanzitutto a me stessa, delle ore di riflessione e di comprensione, attraverso quell’attesa che ha continuato a custodire apprendimenti che nessuno può portarmi via. Il conto torna.

Magari, l’augurio è di accorgerci di quest’ultima prospettiva prima della vigilia della morte.

Dal deserto del nord doveva giungere la loro fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno. Per questa eventualità vaga, che pareva farsi sempre più incerta col tempo, uomini fatti consumavano lassù la migliore parte della vita. Non si erano adattati all’esistenza comune, alle gioie della solita gente, al medio destino; fianco a fianco vivevano con la uguale speranza, senza mai farne parola, perché non se ne rendevano conto o semplicemente perché erano soldati, col geloso pudore della propria anima. p.48

No, non pensarci, Drogo, adesso basta tormentarsi, il più oramai è stato fatto. Anche se ti assaliranno i dolori, anche se non ci saranno più le musiche a consolarti e invece di questa bellissima notte verranno nebbie fetide, il conto tornerà lo stesso. Il più è stato fatto, non ti possono più defraudare. p.201

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