11 gennaio 2015
Commenti 0
Categoria Formazione
11 gennaio 2015, Commenti 0

 Akarsz-e játszani? Vuoi giocare?

Dimmi, vuoi giocare con me?
Giocare sempre,
andare nel buio insieme,
giocare ad essere grandi,
mettersi seri seri a capo tavola,
versarsi vino e acqua con misura,
giocare con perle, rallegrarsi per un niente,
indossare vecchi panni col sospiro pesante?
Vuoi giocare a tutto, che è vita,
l’inverno con neve e il lungo autunno;
si può bere un tè insieme
di color rubino e di fumo giallo?
Vuoi vivere la vita con il cuore puro,
ascoltare a lungo e temere ogni tanto,
quando sulla strada passa novembre
e lo spazzino, questo povero uomo,
che fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare ad essere serpente od uccello,
fare un viaggio lungo con nave o treno,
giocare a Natale, sognando tutte le bontà?
Vuoi giocare all’amante felice,
fingere di piangere, un funerale?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco, che diventa reale?
Sdraiarsi tra i fiori per terra,
e dimmi, vuoi giocare alla morte?

Kosztolányi Dezső, 1912

 

                                                                                   Il Terapeuta. Magritte. 1937                  Magritte

 

A Bruno,

per averla solo intuita,

la Relazione Politica.

E per aver fatto in modo

che quella intuizione

bastasse ogni giorno.

 

Appartengo da più di cinquant’anni ad una cultura che ha difeso l’unione perché qualcuno mantenesse il comando o, almeno, decidesse l’orientamento. Un’idea arcaica di comunione in funzione di un potere, talvolta, inconsapevole e colpevole. E il potere è sempre una questione di troppo amore o di poco amore. Nelle relazioni, riconosco le posizioni di forza, di competizione, di dominio e di sfruttamento che, talvolta, non si presentano come tali e che perciò sono tranelli.

La Relazione Politica cambia il senso comune della cultura corrente. Prevede operazioni chirurgiche su tentativi ideologici sottili di asservimento. Essa è carnale, generativa ed è un modo per conservare la memoria e continuare a crescere.

In questa ricerca non indago la centralità della relazione nell’agire politico, piuttosto la prospettiva della differenza di genere che rende politico ogni agire consapevole. La relazione si fa politica  quando l’azione cosciente di due persone è contestualizzata e riguarda tutti, ricade su tutti, modificando in una comunità modi di pensare comuni e scontati.

La formula femminista “il personale è politico” indica la singolarità dell’esperienza che assume valore politico, ovvero quell’esperienza che non si esaurisce nella singolarità. Insomma, partire da sé non vuol dire fermarsi presso di sé. Si tratta di una pratica che individua precisamente il conflitto rispetto alla realtà data e produce altri significati, altre misure, altri saperi. (L.Colombo)

La psicologia appresa con il diploma di laurea e, in seguito, con la specializzazione in Analisi Transazionale, mi insegna filosofie, metodologie e tecniche perché diventi proprio io, perché esprima me stessa. L’unica, l’ultima autorità, rispetto a me, sono io: questa una delle numerose lezioni in quattro anni di analisi personale. Il riconoscimento dell’io, la protezione di sé, il permesso di esistere, l’energia che fluisce fra pensieri, sentimenti e azioni: si costituisce così il cammino del costruirsi Persona.

La Relazione Politica, attraverso il pensiero della differenza teorizzato da Carla Lonzi e da Luisa Muraro, aggiunge una nuova prospettiva: nella relazione ci accompagniamo in due verso quello che diventiamo e ne teniamo conto. Dal diventare quello che si è, all’essere quello che andiamo diventando: fra una prospettiva e l’altra c’è la morte di mezzo, c’è la presenza del limite, del contesto, dell’altro, diverso e in conflitto.

Riconoscersi attraversati dalla differenza sessuale significa riconoscere di non poter mai ricominciare da zero, ma che ci si trova sempre nel bel mezzo di tante cose già fatte, malfatte, nominate, imposte, rimediabili o irrimediabili. (Luisa Muraro, p.7)

È il passaggio da una visione egocentrica a possibili prospettive egocentrate. Da un io obeso che cresce come il muschio senza radici, alle espressioni numerose di sé, agli <ii> nelle relazioni.  Risolti gli ordini copionali, con misericordia, ci assistiamo nel cambiamento, tenendo conto dell’asimmetria di genere.

La Relazione Politica propone nuove forme di coscienza. Fra due persone, il dolore, l’amore, la morte possono tradursi in comunicazioni ricattatorie: le tragedie greche testimoniano!

Il due della differenza sessuale, come il tre della Trinità, non serve per contare. Il punto è capire che la differenza attraversa ogni singolarità e le impedisce di essere tutt’intera e dunque di bastare a se stessa. (L.Muraro, p.7)

Sperimentare una Relazione Politica significa risolvere il sentimento-ricatto e il pregiudizio di inadeguatezza, davanti a chiunque, in qualsiasi situazione, a favore della predisposizione mentale a capire e a favore della curiosità. Questo tipo di relazione è il contrario della noia, rispetto a ciò che in due mettiamo al mondo, con la meraviglia dell’ignoto.

La colpa rimane il territorio del potere, del ricatto, del malsano gioco psicologico. Le comunicazioni gerarchiche offrono un esito sicuro. I giochi psicologici, nella inconsapevolezza e ripetitività, propongono sempre un finale certo, risolutivo e separatista, confermando una Vittima, un Persecutore e un Salvatore, ciascun ruolo isolato.

Nella Relazione Politica il confronto sano che tiene conto della realtà, risolve immediatamente il senso di colpa. La consapevolezza è l’antidoto al senso di colpa.

La Relazione Politica non si esprime per bontà della vittima sacrificale, né per la mania di salvare l’umanità, né per la pretesa dell’intellettuale da banco. Essa è, invece, coscienza nel contesto, coscienza dell’esperienza che si vive e sulla quale si ragiona assieme. E’ il disincanto che arriva dall’aver fatto i conti con gli accadimenti reali e dall’averli pensati assieme criticamente. Per questo, la Relazione Politica è essenzialmente leale.

La Relazione Politica ha valore in sé, non prevede ruoli da spartire, non ha valore strumentale, non serve necessariamente a mettere al mondo figli, a comprare una casa, ad accudire la famiglia, a trovare un lavoro. Questa non serve a mantenere l’equilibrio per sopravvivere, a stare sereni, a divertirsi un po’ e a mostrarsi maturi. Non ci sono ruoli nei quali stare a confermare copioni difensivi. Viene risolto il rischio che l’altra persona possa peccare di opportunismo perché ciascuna è strumento naturale, convinto e gioioso dell’esistenza altrui e traghetta la relazione verso altri orizzonti.

La realtà è: ci offriamo il permesso di non invocarla in continuazione, di non condannarci alla dichiarazione d’intenti. Contestualizzare significa fare i conti con il tempo e gli accadimenti. Il privilegio, nella Relazione Politica, è che l’amore rimane intatto e accresce il valore della comunità. Esso, facendosi attraversare dalle prove e dalle valutazioni, rimane, negandosi. L’amore nella Relazione Politica esprime l’onestà di ogni essere umano nel contesto delle quattro variabili: genetica ed ereditaria, ambientale, casuale e personale.

Con queste riflessioni richiamo le esperienze dell’adultità e della tarda maturità. Per riconoscersi serve la disciplina dell’attesa, è fondamentale amare la relazione, desiderare di coltivarla, oltre il bene dovuto a sé e all’altro/a. Ogni persona ha atteso perché fosse la relazione ad innamorare, ad interessare, offrendosi come territorio, come causa del divenire dell’una e dell’altro.

Bisogna essere autonomi per godere della simbiosi artistica che nega il legame come struttura legittimata da un potere esterno per riconoscerlo, poi, come dono del presente. Relazione artistica perché non la si difende e non la si pretende, la si attende…

La donna non è in rapporto dialettico col mondo maschile; le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un altro piano. (Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel)

Autonomia e indipendenza sono concordate assieme, per il bene proprio e altrui. Di fatto siamo due universi distinti. Da una parte l’eterno presente dell’azione, il qui e ora dell’impegno, dove vivere equivale ad agire. Dall’altra la narrazione, il passato, il senso della recinzione. Solo quando lo scarto fra i due paradigmi culturali e temporali è registrato, allora la Relazione Politica prende forma.

In essa, è costitutivo il conflitto, il divergere, l’eccedenza sana perché cresce sull’autonomia psicologica. Si è soli, riscoprendo il sollievo del silenzio, perché non si possono tenere sempre le note alte. Nella Relazione Politica è la cura che si libera dalle catene della salvazione dell’altro a tutti i costi e  diviene libertà, presa in carico gioiosa, compagnia consapevole ed ironica.

L’una dà la forma, l’altro ubbidisce. E viceversa. In latino oboedire è composto da ob-audire, udire stando di fronte a qualcuno. Ma l’obbedienza è inscindibile dalla libertà: solo chi è libero può obbedire. Nella Relazione Politica, l’obbedire è la possibilità sana degli ordini “Piaci” e “Compiaci”, è la benedizione offerta nella libertà. Ascoltare e obbedire vanno, dunque, compresi all’interno di un dialogo e presuppongono un’alleanza  perchè motivati da una forza simbolica.

Il silenzio non è assenza di presenza ma è esercizio di parola che tace e la mancanza è pratica simbolica della presenza dell’altro. L’assenza ha valore simbolico quando diviene strumento per avviare la ricerca di significati. Come la gratuità che è, soprattutto, simbolica,  perché non sia un falso manipolativo; infatti, nel dare c’è sempre l’attesa di essere ricambiati in un certo modo, <a buon rendere> , pericolosamente, si afferma.

La forma dell’amore politico è sperimentabile quando non è per me e per te che io e te siamo in relazione. La relazione fra due è simbolicamente erotica, di éros che nasce da Pòros e Penìa, ricchezza e povertà, risorsa e limite, desiderio e realtà.

Il desiderio è progetto nella realtà –  al contrario dell’aspettativa magica –  se ne fa carico, la vede e la trascende. Esso è in gran confidenza con la solitudine, per reggere la distanza dall’altro, per lasciarlo essere quello che è e che diviene in una prospettiva sempre comunitaria.

L’apprendimento che ci viene incontro e che, in maniera diversa ci unisce, è l’appartenenza fra libertà e protezione, la realtà fra immaginazione e morte.

Vai pure,  non è vattene o me ne vado, non è ti lascio o mi lasci, significa: faccio il tifo per te mentre vivi, chè tu possa essere felice. Con gentilezza:  “la madonna ti accompagni”, si dice nel mio dialetto pugliese.

Vai pure, dal latino vivas: ché tu viva, ché stia in buona salute, ché vada!

Vai pure: ci sono e ci sei, in attesa che l’intuizione divenga ricerca, pensiero, scelta agita.

Vai pure per rimanere presso l’essere noi.

Vai pure perché sta accadendo ed è così che si compie la realtà.

Vai pure sorvegliando  e amando ciò che diventiamo.

Vai pure fra la gente verso i fatti che ti attraverseranno.

Vai pure così acquisiamo il ricordo e ne decidiamo il racconto.

Vai pure: solo così “io sono a te” e “tu sei a me”. Non solo il desiderio e l’appartenenza, ma la realtà del desiderio e la realtà dell’appartenersi.

 Vai pure, come la benedizione di un’alleanza che non viene meno.

 

Pubblicazioni considerate

  • Carla Lonzi, Vai pure, et al/Ed, 2011
  • Luisa Muraro, Non si può insegnare tutto, Ed.La Scuola, 2013
  • Laura Colombo, La violenza sessista non danneggia gli uomini, anzi, 24 luglio 2014  

 

 Ringrazio Alessandra Cappelluti  per il conforto e il confronto

 Editing: Enza Chirico

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *