La storia di Mara e il “Mother’s friendship Day”

14 maggio 2020
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Rinnovo con piacere l’appuntamento con un nuovo romanzo di Ritanna Armeni, scegliendo di continuare a perder tempo con studiose e archeologhe del pensiero.

Nella loro abitazione romana, leggo i tempi dell’amicizia fra Mara Carucci e i fratelli Nadia e Giulio Mangelli. Con loro, la gioventù del regime, aitante e sognatrice, volenterosa e barbara. Partecipo all’adolescenza e alla prima età adulta di giovani fascisti – come non esserlo, fascisti, nelle prime ore di glorie inseguite? –  in un periodo lungo di guerra e di morti, sentendo forte l’amore e la paura, entusiasti e affamati, ad osare e a pregare. E poi, il disincanto e le montagne dei partigiani, il lavoro per sé e il sacrificio per i fratelli, le biciclette e le armi nascoste, le lettere arrivate tardi, i funerali negati e, sempre, la sapienza delle madri.

All’inizio, a tutte, il fascismo appare una possibilità di uscire dall’ombra. Ai totalitarismi, le donne servono, appunto, per servire senza discutere i princìpi del servizio stesso. Molte, come l’ingenua Nadia del romanzo, pur di apparire, di stare in mezzo a quel gioco, pensano di guadagnarci qualcosa, credendo nella massima causa di espansione, ritagliandosi un avanzo di spazio, vicino vicino al dux. E poi, si vedrà. Ed è solo un altro inganno.

“Poi arriva il fascismo e inaugura una nuova politica. Le donne le vuole sì nel ruolo di mogli e madri nel recinto delle mura domestiche, ma per la prima volta questo ruolo è riconosciuto e apprezzato dallo stato e dal duce. Ha un valore, diventa presenza pubblica. Nel ventennio non sono più fantasmi ma cittadine. Di serie B, inferiori agli uomini, le italiane esistono e sono indispensabili alla patria e alla nazione. L’ombra, con il fascismo, diventa persona.” (pag.28)

Il messaggio che leggo nelle righe bianche del racconto è che le donne del ventennio se la videro brutta e se ne accorsero, pur innamorate, schiette e generose, del mezzo busto possente del duce e delle sue promesse di progresso e di ampliamento.

Fianchi larghi e seno prosperoso, oggetto di concessioni e di adulazioni: le donne che incontro nel romanzo sono angeli del focolare, vittime sacrificali, amanti sfrontate e vergini istruite. Tutte madri o, meglio, materne, ad accogliere, a salvare dall’abbandono e dall’angoscia gli uomini sempre soli, forti, capaci di morire e mai di commuoversi, piuttosto di uccidersi.

L’incensare, la riconoscenza sorniona, l’immensa considerazione favoriscono, anche a causa dei superlativi, la propaganda del modello dei Fasci femminili. È in agguato la retorica ipocrita della cura come afflizione di sé ed espiazione in stato di sudditanza, sotto il controllo del partito, del marito, del capo. Fra saluti e inni, risalta sottilmente pericolosa la narrazione della madre prolifica e terapeutica, costruita dai maschi autocentrici.

Ancora oggi funziona il connubio donna e madre, di dedizione e di obbedienza, se il comando è sempre altrove e di altri, “secondo la convenienza della natura”. Così ricordava Antonio Rosmini, in quel passato che in parte ancora ci appartiene.

E le feste delle mamme, ancora, la scorsa settimana, vengono servite come pozione velenosa, a parassitare. L’autonomia di pensiero e di decisione è solo apparente ed è legata alla supremazia del narcisista di turno. La cura sociale è il welfare, il sistema che garantisce ai cittadini, a tutti e a tutte, la fruizione dei servizi ritenuti indispensabili. Invece, mancando una scelta di democrazia, la cura pare sia una virtù personale delle donne.

Voglio dire, tacendo nomi e situazioni, che mi accorgo da lontano quanto a me, alle altre professioniste, sia riconosciuto e affidato il ruolo di curare i sintomi.  È valutato come un atto di impertinenza e di ingratitudine, pretendere di ragionare sul senso delle scelte politiche e culturali, all’origine di quelle ferite. Ancora, sono legittimata nel ruolo di cura, per esempio, dello stress, meccanicamente, negandomi, di fatto, la possibilità di intervenire sulle responsabilità di chi, avendo il potere, ha causato, più o meno consapevolmente, quei malesseri.

Nella testa, i maschi guerrieri hanno sempre un impero da conquistare e un pezzo di umanità da sottomettere. Non raggiungono mai imperi e la frustrazione si trasforma in furia di dominio. La donna, spesso, è vista come un organismo di beneficienza e di propaganda, relegata in attività assistenziali, subordinata al padrone che comanda e dispone, incompetente e rozzo.

112 anni fa, Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, decise, nella seconda domenica di maggio, la festa ufficiale della mamma, per celebrare la procreazione. L’evento commerciale evidenziò, qualora ce ne fosse bisogno, il logos maschile. In realtà, Anna Jarvis aveva solo chiesto di poter ricordare e onorare sua madre, morta nel 1905 la quale, nell’intero corso della sua vita, aveva lottato per la tutela delle donne durante il parto, nel lavoro, nella malattia. Anna voleva promuovere il “Mother’s friendship Day”, le Giornate dell’amicizia tra madri. Meravigliosa e attuale necessità.

La solidarietà sincera fra le donne evita il patriottismo di disciplina e rimane aderente alla realtà, di pane e di rose. Mara e noialtre non siamo interessate ad andare in guerra come pari degli uomini, chiediamo di discutere il significato stesso dell’immane conflitto armato, di ragionare su cosa significa nella vita perdere o vincere. Abbiamo questo tempo opportuno, per prendere la parola e per viverla, la giornata dell’amicizia tra madri. E festeggiarla adeguatamente fra un anno.

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