5 ottobre 2020
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Categoria Formazione
5 ottobre 2020, Commenti 0

Melville

Turkey, Nippers, Ginger Nut, Bartleby sono tutti copisti in uno studio legale. Ma Bartleby è differente nel silenzio, nell’attesa, nel rigore della posizione e mestamente aggira il comando, nega il dovere, rifiuta l’obbligo: I would prefer not to. Gianni Celati traduce: Avrei preferenza di no.

 Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby. p.10

Come un derelitto, appare Bartleby, cocciuto, irragionevole, mendicante di una intimità autentica, privo della malizia e del sarcasmo evidenti in qualunque sfottò. Ma, riflettiamo: l’«aver preferenza di no» non è un rifiuto dell’alterità, è un’accoglienza a se stesso ed esprime l’appartenenza ad un altro sistema concettuale, non opponendoci alla richiesta dell’altro con l’impertinenza e la sfida, anzi, proteggendolo da una compiacenza ipocrita.

Parliamo di una categoria mentale diversa: mi proteggo nei miei desideri ritraendomi dall’assenso ripetitivo e meccanico e, di conseguenza, libero l’altro dall’automatismo del comando-risposta, dall’automatismo dell’azione-reazione. Non siamo dinanzi ad una risposta contro la richiesta altrui, piuttosto, confermiamo una relazione libera. Infatti,  è nella possibilità di negarci e di dissentire che riconosciamo l’autonomia dell’interazione, la libertà di rimanere ciò che siamo, rifiutando la simbiosi e la finzione.

Accogliamo il ruolo di autorità dell’altro, ribadendo ognuno per sé la capacità di pensiero e di scelta. Talvolta ascoltiamo il no oppositivo, rancoroso, sfidante e frustrato che pretende il rispetto, l’ osservanza delle regole e l’ammissione di colpa. L’«aver preferenza di no» significa che ci consegniamo alla possibilità della relazione senza cedere la forza, senza ridurci alle aspettative altrui.

L’apprendimento attraverso Bartleby incrocia la scelta che sempre confermo di una relazione conflittuale o niente. Utilizzando la teoria e la pratica dell’Analisi Transazionale, mi impegno a tener conto che la conflittualità sana prevede l’interazione parallela da uno Stato dell’Io Adulto ad un altro Stato dell’Io Adulto, nella differenza che apre, rompe, spariglia. Senza la parità di coscienza, necessariamente l’uno è Vittima e l’altro è Persecutore o Salvatore; il Genitore che critica e il Bambino Adattato che si offende. Chè poi, ad un livello appena più profondo, la vera vittima è il dispensatore di norme, e così, giriamo tutti a vuoto nel triangolo.

È risolutivo che, dall’inizio, come Bartleby, abbiamo preferenza dell’opzione «no», per garantire all’altro di esprimersi interamente, né per contraddire, né per convincere o vincere dialetticamente. La chiamiamo resistenza passiva e rimaniamo persone di preferenza, più che di assunti.

Stiamo imparando: gradirei di no, non significa solo no, evidenzia, tenacemente, che c’è un processo di pensiero, una scelta anche sofferta, un cammino faticoso per giungere a dire no. Il no che appare inizialmente senza speranza si rivela, invece, una misura del reale: adesso, in questa situazione è no.  «No» ci permette di riconoscere il dissenso come un valore doloroso. Il rischio è divenire settari, ma sostenere le ragioni della formazione psicologica non è come vendere un prodotto. Assumiamo la difficoltà di spingere la critica fino a consumarne la rottura, assumiamo la responsabilità di testimoniare il dissenso fino all’allontanamento o all’espulsione, al momento, irrimediabili.

Serve un necessario distacco dal lavoro e dal guadagno in senso stretto. E il distacco deve essere naturale e semplice. Non può che essere rottura.

“Al momento ho preferenza a non rispondere,” disse, e si ritirò nel suo eremo. p.25

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