21 giugno 2020
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Categoria Formazione
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Berlinde De Bruyckere,Hanne

Berlinde De Bruyckere, Hanne, 2002

 

Rientro nelle aziende e in punta di piedi rientro nella vita lavorativa e sociale delle persone e mi ritrovo in situazioni imbarazzanti per cui, inizialmente, rinuncio all’idea che la mia testimonianza professionale possa essere recepita. È significativa per me, ma ho difficoltà a trasmettere e a creare relazioni sane senza il contributo del mio interlocutore. Mi riduco spesso al silenzio, considerando il ritiro come la penultima possibilità di sentirmi libera. Ritorno, infine, alla libertà di parola, rivendicandola come un ultimo atto pedagogico e doloroso. Se faccio riferimento al mondo del riconoscimento pubblico, le proposte che dichiaro per la seconda o terza volta annoiano. Invece, in una prospettiva di comprensione e di cambiamento, ritornare con diverse riflessioni sulle identiche problematiche relazionali aziendali è utile a ricordare, a rivalutare, a sedimentare per la crescita della comunità.

Nelle conversazioni ritrovo una visione tolemaica delle risorse umane che pretende al centro la produzione e i ricavi: noi ce la faremo, ricominceremo, non ci fermeremo, siamo i migliori, sconfiggeremo tutti. Sono basita, trasecolata, avvilita quando ritrovo i maschi delle teorie produttivistiche in caduta di stile verbale e gestuale. La violenza patriarcale – anche patriarcale femminile – come la violenza razzista sono elementi strutturali su cui si fondano le disuguaglianze. Razza e genere non sono dati biologici e rappresentano la storia dell’appropriazione e del dominio di pochi su molti. Non è una banalità pensare che i cattivi siano davvero tanto infelici. La conoscenza, l’istruzione, lo studio continuativo sono l’inizio di un cambiamento culturale che non si può perseguire da soli.

La guida psicologica serve per dare un nome ai sentimenti sgradevoli, per segnare il passo, per indicare le visioni differenti, per analizzare il copione personale e i giochi psicologici più frequenti. C’è una dignità del ruolo da strutturare, c’è una postura psicologica diritta da assumere. Il corpo che riapprende l’arte del camminare ha bisogno di essere seguito da una fisioterapista che ne guidi la giusta postura. Così alleniamo la capacità di pensare con il confronto, nel conflitto, in una relazione a servizio. Con le cattive posture psicologiche non è il momento di essere arrendevoli. Intendo la postura come la posizione di un essere umano intero in uno spazio e in un tempo e chiarisco che la spazialità, l’antigravità e l’equilibrio sono concetti sia fisici e sia psicologici.

Diventiamo lavoratori e lavoratrici responsabili risolvendo le categorie mentali che ci obbligano a rimanere in balìa di sottoculture obsolescenti. Le liti capricciose possono ritrovare la dignità di reali conflitti con un’opera formativa personale e/o in gruppo. Lontano da impostazioni accademiche, ribadisco che ricominciare dalla coscienza di sé è l’unico modo adeguato per intravedere qualunque forma di rinascita personale e professionale. Sotto forma di stress cronico sono più evidenti le forme di violenza strutturale. L’intensità delle emozioni dipende dalla percezione che ognuno manifesta rispetto alla realtà. La bulimia di informazioni, il cortocircuito che si crea fra i bisogni e le frustrazioni, il sovraccarico causato dallo smart working, l’impossibilità di diversificare le attività della giornata con i passatempi e gli hobby attivi e all’aria aperta, hanno favorito l’intolleranza, l’impazienza, l’inquietudine.

Per chiarezza, in inglese è working from home o remore working; smart working è un’espressione ricorrente nelle notizie sulle misure per contrastare la diffusione del virus ed è usata genericamente per identificare l’opzione di lavorare da casa ricorrendo a strumenti informatici.

Rivalutiamo l’importanza di capire le cause; la causalità deve essere il codice stesso del sistema. Se agiamo per orientare l’organizzazione a cambiare, la rilevazione dello stress cambierà. Mentre, se agiamo per cambiare la rilevazione dello stress, l’organizzazione non cambia. Intervenendo sulla causa si può modificare l’effetto, ma qualsiasi intervento sull’effetto non modificherà la causa. Ogni problematica che riguarda la salute psicofisica dei lavoratori non può essere risolta meccanicamente. Allontano qualunque automatismo perché è negli automatismi che si smette di essere e di riconoscere le persone.

I programmi formativi sul benessere emotivo e sulla gestione dello stress sono attività di prevenzione che intervengono sulla diffidenza come stile di relazione difficile da invertire. L’adattamento posturale e l’atteggiamento mentale vanno di pari passo. Assumere una postura psicologica significa lavorare sullo sguardo e sull’ascolto di sé per prima, sul governo dei sentimenti e sulle azioni che ne conseguono. In una vita lavorativa pensata e disciplinata sparisce la voce dominante a favore di un discorso corale, di una contrattazione che non finisce perché non finiscono le possibili prospettive e risoluzioni.

La postura psicologica da imprenditore, da manager, da visionario non si improvvisa. Per i responsabili, ripartire da sé e affinare il discernimento e il pensiero critico è pratica necessaria, utilizzando i prossimi mesi estivi. I colloqui di consulenza psicologica funzionano anche attraverso il video. In questi mesi di lavoro da casa abbiamo verificato ancor più che sono le persone a fare la differenza e che, attraverso lo schermo, la professionalità può custodire e può garantire l’intuizione, l’intimità e la relazione decontaminata.

Anche l’aspetto mondano dell’immagine aziendale deve essere supportata da una solida personalità, del responsabile e dell’organizzazione, e non prevede il mettersi in posa per dimostrare di essere performativi. Spesso la gestione mediatica, eccellente strumento di comunicazione, diviene gravemente dilettantesca. Così, la traduzione dall’inglese di photo-opportunity richiama l’opportunismo e la strumentalizzazione, sintomi sociali che, in una lettura psicologica, ritroviamo nella sindrome narcisistica. Il mood della presenzialità perenne diviene patologia.

Nessuno è contro i titolari o contro il socio perché la posizione contro, in qualche modo, significa rimanere sempre invischiati proprio nella situazione a cui vogliamo opporci. Certo, la consulenza aziendale e la formazione che ne deriva non possono permettersi di rimanere neutrali o comodamente equidistanti da tutte le posizioni assunte dal capitalismo. Significa che non sono la psicologa per tutti. Mi impegno a seguire un’azienda se io e il cliente ci riconosciamo, scegliendo una strada di visione comune da perseguire, credendo in uno stile di lavoro flessibile e conciliante, generoso e disciplinato, di giustizia sociale e di convivenza pacifica. Ci interessa il dentro e il fuori: il benessere interiore, perché non sia un baro, deve corrispondere a quello comunitario, non più basato sulla prestazione e sulla concorrenza, ma sulla cura, a partire da sé. Mi riferisco ai modelli di ruolo fondamentali: possiamo uscire dal trauma collettivo ad uno ad una con il lavoro personale e tutti assieme con il lavoro di comunità. Chiunque, iniziando una relazione con me, si assume il carico di una responsabilità, in percentuale diversa a seconda della situazione.

In azienda, forse ingenuamente, ma con determinazione, a favore del Governo Umano delle Risorse, chiedo di venire a contatto con il senso sano della colpa. Soprattutto vale per chi sotto il suo nome ha scritto, per esempio, founder oppure direttore generale oppure marketing manager. Chi sceglie e viene retribuito per ricoprire ruoli di responsabilità, deve riconoscere l’errore di mortificare e corrodere le relazioni con i dipendenti interni ed esterni, con la sua famiglia e con se stesso. Malati, sì, ma nella sottocultura che considera i dipendenti e, in generale, gli esseri umani, una spesa, un ostacolo al successo vero, quando li vorrebbe adattati, grati e sottomessi.

In percentuale, le donne che incontro sono più concentrate ad accudire e a soccorrere che a vantarsene di farlo, non hanno la smania di protagonismo, la maggior parte vuole lavorare e aiutare. Invece, è più frequente che il monopolio maschile del potere e delle posizioni organizzative e dirigenziali si autoproduca, generando all’infinito un se stesso identico. Il lavoro della scuola di educazione Alla persona non cerca rivelazioni su di sé o sul mondo, propone una relazione da avviare con se stessi e con gli altri per riconoscerne i confini e le prospettive, per capire con godimento e non per rivincita. Attraverso gli incontri formativi, in presenza oppure online, propongo una filosofia dell’educazione umana che ha in testa un progetto di giustizia sociale e che non si accontenta di reclamare diritti solo per se stessi, ma anche per tutte le altre minoranze.

È importante che i lavoratori e le lavoratrici acquisiscano, in tutti i ruoli, nuove mentalità e un nuovo senso del lavoro per operare senza dolore e senza ansie. Curare la cultura che sostiene l’opera quotidiana non prevede obiettivi da raggiungere in un tempo determinato, ma segnala un orientamento da acquisire per continuare a svolgere il proprio dovere, oltre le interazioni simbiotiche, lì dove siamo chiamati a svolgerlo.

Condivido un brano significativo, da Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino che, probabilmente, in Kim si proiettava:

“Kim è studente, invece: ha un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti, eppure la sua mente s’affolla a ogni istante d’interrogativi irrisolti. C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui: per questo studia medicina, perché sa che la spiegazione di tutto è in quella macina di cellule in moto, non nelle categorie della filosofia. Il medico dei cervelli, sarà: uno psichiatra: non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia. Poi, dietro agli uomini, la grande macchina delle classi che avanzano, la macchina spinta dai piccoli gesti quotidiani, la macchina dove altri gesti bruciano senza lasciare traccia: la storia. Tutto deve esser logico, tutto si deve capire, nella storia come nella testa degli uomini: ma tra l’una e l’altra resta un salto, una zona buia dove le ragioni collettive si fanno ragioni individuali con mostruose deviazioni e impensati agganciamenti. E il commissario Kim gira ogni giorno per i distaccamenti con lo smilzo sten appeso a una spalla, discute coi commissari, coi comandanti, studia gli uomini, analizza le posizioni dell’uno e dell’altro, scompone ogni problema in elementi distinti, «a, bi, ci», dice; tutto chiaro, tutto chiaro dev’essere negli altri come in lui.” pp.94-95

“Domani sarà una grande battaglia. Kim è sereno. «A, bi, ci», dirà.  Continua a pensare: ti amo, Adriana. Questo, nient’altro che questo, è la storia.” p.106

 

 

 

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