24 marzo 2019
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24 marzo 2019, Commenti 0
 
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Lidia Ravera, L’amore che dura, Bompiani, 2019
 
Serve la sapiente scrittura di Lidia Ravera che non molla mai chi legge, serve ad alzar la voce, come racconta Emma, la protagonista femminile del romanzo ultimo della Scrittrice con la quale, annualmente, ho appuntamento dall’adolescenza.
 
Esistono amori che finiscono solo per quegli esseri umani che non si interrogano, che non approfittano delle situazioni anche dolorose per avviare un’indagine psicologica. Per se stessi, gli amori durano, anche se non ci si frequenta più. Durano perché quello che io sono diventata ha origine, anche, in quell’amore che combacia.
“La gente ha un cattivo rapporto con la tristezza, la vuole schiacciare sotto il tallone dei buoni propositi come un insetto nocivo, la vuole estirpare come un’erba infestante. Ma io no. Io ci tengo a questa tristezza riparatrice, la custodisco dentro di me, in una teca di vetro resistente alle interferenze esterne. E non permetto a nessuno di manometterla. Non intendo procedere per cancellazioni, io. Preferisco di gran lunga soffrire.”p.235
L’amore dura perché c’è la necessità, prima o poi, nella vita, di riflettere sulle situazioni, diverse, che ci hanno consentito di divenire ciò che siamo. Ci vuole energia. Permettere a se stessi di incontrarsi con le luci della gioia e con le ombre della responsabilità, magari non assunta pienamente quando serviva. Bisogna perdonarsi per non aver capito in tempo, per la fretta, per l’onnipotenza.
 
Ad un certo punto di vita c’è uno strappo: è quello il momento giusto per recuperare la propria origine e procedere con generosità verso i giorni nuovi. Proteggersi è operazione da grandi. E allora c’è davvero la possibilità di “rivivere… riassaporare” con uno sguardo consapevole. Emma e Carlo si innamorano a 16 anni, nel 1968, al tempo dei primi femminismi. Si sposano a 26, si separano a 36, si rivedono, lasciandosi andare a 46. A 56 anni, dinanzi al rischio di non vedersi mai più, vivono la libertà di accogliersi per quello che sono.
“Ma io no, non ero contenta. Non sono contenta. Perché quando la storia che racconti rispecchia la nostra vita di rivoluzionari sedicenni mi sento usata e quando se ne discosta per concedere allo spettatore un po’ di sana “action” mi sento defraudata della complessità dei miei ricordi.”p.49
 
Il tempo non trascorre invano e illumina l’identità dell’amore che è stato, rivelandolo in tutte le sue possibilità. Talvolta, gli amori giovani finiscono perché ciascuno dei due ha bisogno di uscire dalla simbiosi, di apprendere l’indipendenza, di sperimentare l’ebrezza di cadere liberamente senza trovare, sempre, il sostegno. Chi trattiene l’amore, non lo rivela mai pienamente. A tutte le Emma e ad ogni Carlo, l’abbandono serve ad incontrare se stessi e a vedere l’altro per quello che è, nella meraviglia di una fragilità senza magie e senza proiezioni personali.
 
Nel romanzo, il finale è senz’altro bellissimo e non ne chiederei un altro sottotono. Ma, in fondo, il finale da favola c’è sempre perché se mi vedo, vedo l’altro luminoso. L’amore dura perché gli uomini, come Carlo nel romanzo, talvolta, tornano. Quelli che se ne erano andati davvero, tornano. Carlo decide di capire, oltre l’orgoglio e “l’inconsapevolezza assoluta degli uomini belli, che non hanno bisogno di essere belli. E perciò diventano ogni anno più belli.”p.115
 
L’autonomia di sé si impara, attraverso le relazioni che innamorano ma che, anche, annoiano, mortificano, tradiscono perché la liberazione, di sé per prima, necessariamente conosce, misura e abbandona le catene che frenano e che impediscono l’evoluzione. E la libertà autentica, acquisita attraverso il dolore e la fatica della conoscenza, è un bene anche per l’altro.
 
“Come si pesano i pensieri? Quali sono i pensieri pesanti?” “Quando ti senti addosso la responsabilità della felicità degli altri, del loro benessere, quando ti sembra di non aver fatto abbastanza o di aver sbagliato… dacci un taglio. Non rimuginare su quello che è stato, che avrebbe potuto essere o che sarà.”p.354

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