17 marzo 2019
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Categoria Letture
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Jonathan Swift, Una modesta proposta, Marsilio, 2015

Edoardo Albinati, Cronistoria di un pensiero infame, Baldini Castoldi, 2018

 Mi rendo sempre più conto che l’essere umano sulla strada dell’evoluzione rallenta, s’incanta, torna indietro, capisce, ma poi ricade, ricorda benissimo, ma mente a se stesso, in un gioco delle parti asservito al ruolo che ricopre, mai solo per caso. Non ci sono altre vie verso la liberazione e l’autonomia se non quella di accorgersi di ricadere nel vecchio copione e di ritrovarsi in compagnia degli altri teatranti nel ricatto antico del gioco psicologico. Mi annoio e mi preoccupo, ma riconosco che è così che l’essere diventa umano.

Ed è una umanità adolescente quella che non si assume la responsabilità della eventuale ricaduta di ogni azione promossa. Se taglio il ramo sul quale sono seduta, rovinosamente cadrò. Non posso affermare che non potevo saperlo e che non pensavo a una conseguenza così grave.  Il pensiero adulto si esprime anche nella previsione e nella sapienza della profezia. Inauguro così un periodo di ricerca dedicata più intensamente alle dinamiche del potere, alla fenomenologia della tirannia, ai giochi di persecuzione e di invisibile e tenace sottomissione.

Sento profonda gratitudine verso le relazioni in cui ci si scambiano libri. E scopro il prete anglicano Jonathan Swift che, a 62 anni, è profondamente sconcertato per le condizioni miserabili degli irlandesi causate dal colonialismo inglese. Decide, pubblicando questo libello nel 1729, di trasformare l’indignazione in satira graffiante e in umorismo nero. Il titolo, per palati fini, recita interamente: «Una modesta proposta per evitare che i figli degli irlandesi indigenti siano di peso ai genitori al Paese, facendone un beneficio per tutti». Leggo lo scandalo dell’invito a combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dando in pasto ai ricchi inglesi i figli, dai sei ai nove mesi, ben cotti e più grassi, dei prolifici irlandesi. L’esagerazione chiarisce all’inverso la seria protesta.  E la sfida perversa manifesta al contrario la politica scellerata di abuso e di cancellazione.

La satira devastante e vergognosa mi fa pensare che l’infamia è scontata quando la categoria dell’umano incrocia solo quella della utilità. Se una persona non produce, non spende, non è utile e non è uguale come dovrebbe, allora, meglio evitarla o eliminarla. Luciana Pirè traduce e introduce: «Soltanto l’eccesso di una proposta disumana può tradurre l’eccesso di disumanità della logica del profitto». L’azione blasfema, i termini corrosivi e politicamente scorretti offrono le ragioni del proponimento feroce quanto irreale, componendo, insieme, massima mimesi ed estrema provocazione. Trascrivo alcuni brani del testo nell’impossibilità di fare una sintesi che ne custodisca la ferocia. La mostruosità va in scena con le sue derive proponendo la donna fattrice, il business del prossimo, l’istinto al comando, il corpo commerciale, la supremazia del mercato, l’ineguaglianza del profitto. Nel racconto di Jonathan Swift, l’allevamento, la macellazione, la preparazione e la vendita della carne umana non richiamano solo l’antropofagia e il cannibalismo, ma diventano l’aberrante finale – magari ingenuamente non previsto né desiderato – di scelte politiche sotto gli occhi di tutti.

Ora esorterei quei politici che disdegnano la mia ipotesi, e che forse avranno il coraggio di osare una replica, a chiedere ai genitori di questi poveri diavoli se, col senno di poi, non sarebbe stata per loro una grazia essere stati venduti come carne commestibile a un anno d’età, nel modo che ho illustrato, risparmiandosi così quell’interminabile catena di sventure che hanno dovuto patire: l’oppressione dei padroni, l’impossibilità di pagare l’affitto senza soldi né un mestiere, la privazione delle più elementari necessità, senza un ricovero né vestiti per difendersi dalle intemperie, e con la prospettiva ineluttabile di tramandare per l’eternità alla prole le stesse tribolazioni, se non addirittura più gravi. (p.65)

Sottopongo umilmente alla pubblica considerazione la seguente proposta: che, dei centoventimila bambini già calcolati, ventimila siano riservati alla riproduzione, con una percentuale di maschi pari a un quarto (che è più di quanto si conceda ai montoni, ai buoi e ai maiali). La ragione, secondo me, è che ben di rado questi bambini sono frutto di matrimonio – un’opzione che i nostri selvaggi non tengono in gran conto; e, quindi, un maschio sarà sufficiente a servire quattro femmine. I restanti centomila bambini, all’età di un anno, potranno essere venduti ai signori benestanti del Regno, consigliando sempre alle madri di lasciarli poppare in abbondanza nell’ultimo mese in modo che arrivino grassi e carnosi su una buona tavola. Un bambino basterà per due portate in un pranzo tra amici; se invece la famiglia è senza compagnia ricaverà porzioni ragionevoli dal quarto anteriore o posteriore; e, lessato e condito con un po’ di pepe o sale, sarà molto appetitoso il quarto giorno, specialmente d’inverno. (p.51)

Seguendo i miei cattivi pensieri, interviene a soccorrermi il trattatello di Edoardo Albinati che considero una premessa fondamentale per interrogarmi sulle nuove forme di potere mentale e psicologico. Al di là delle convinzioni persecutorie che vedono il fascismo dappertutto tranne che in se stessi e dei negatori psicologici ad oltranza, in ogni essere umano alberga la paura e, di conseguenza, una decisa e inevitabile tensione alla distruzione.

L’essere umano spaventato può diventare violento. Può accadere, certo, che ci scappi il morto, e sarà una delle possibili conseguenze della demagogia che sottomette. Albinati sceglie di avvalersi di una forza fondata sulla fragilità umana, di una vitalità che cammina dolorante. L’autore affonda e si fa attraversare da considerazioni estreme e traduce la frustrazione con parole paradossali e, solo così, si consente di andare oltre l’impotenza patita e oltre il pensiero infame.

Leggendo, avverto ancor più sulla pelle molti malesseri culturali. Innanzitutto, il culto della tradizione senza avanzamento del sapere. L’impegno è scegliere la modernità ampia custodendo il passato perché è la mia storia, anche se non c’ero, io nasco là, in quel contesto. Oggi la cultura è sospetta e ci si difende con l’uso frequente di espressioni popolari, offensive, rozze. Albinati afferma che le cazzate da bar diventano per magia ambiziosi programmi politici. (p.78)

La paura della diversità, quotidianamente, riguarda ogni persona all’interno e all’esterno di sé. Il disturbo, l’ingombro, la strettoia che avverto rappresentano il passaggio obbligato verso la realtà che chiede analisi profonde. L’invito è a smascherare l’appello alle classi medie frustrate e a dubitare della facilità di risoluzione: i cattivi maestri pretendono di dimostrare che si può diventare ricchi, famosi e bellissimi. Anche leggendo Swift e Albinati, mi aiuto a risolvere l’ossessione del complotto e la xenofobia e l’attribuzione all’esterno di colpe e di proponimenti spaventati e cattivi.

C’è un pensiero che lo stesso autore giudica come infame: «Sapete, sono arrivato a desiderare che morisse qualcuno, su quella nave. Ho desiderato che morisse un bambino sull’Aquarius».(p.12) Il risveglio delle coscienze ha bisogno del “fattaccio”, e mi chiedo cos’altro deve accadere per riconosce la letargia di cui mi ammalo. Soprattutto, considero il femminicidio come la formula sempre più diffusa per sfogare l’ira mai considerata come il vero problema e men che mai risolta come ferita personale, come malattia culturale basica che ha bisogno del ratto e dello stupro. Voglio estirpare anche in me l’idea fissa che la vita è una guerra in cui i più forti e i più furbi sopravvivono e gli altri giù dalla rupe Tarpea. Ancora Albinati scrive che un metodo infallibile per ridurre a zero il flusso dei migranti – io aggiungo: degli zingari, dei meridionali, delle donne tutte pazze, dei malati, dei bambini scemi – sarebbero appunto le schioppettate. Affondi una decina di barconi e ne lasci affogare i passeggeri, e vedrai che di barconi all’orizzonte non ne spunta più uno… (p.98)

Il tiranno ha necessità di essere applaudito, temuto, anche incompreso, così ribadisce la supremazia della sua mente inconoscibile dai cervelli minimi degli altri. Ho buoni motivi per non sottovalutare le periodali crisi abbandoniche dei tiranni. Scelgo di accompagnare i sudditi verso la consapevolezza della liberazione evitando il corpo a corpo iniziale con il patriarca anche se, prima o poi, lo scontro arriva e, dunque, propongo che il conflitto non sia frontale e non danneggi i sottoposti. La clandestinità caratterizza in parte la mia attività professionale e mi sono abituata a vivere cordialmente negletta. Sono convinta che ogni persona possa non avere il ruolo politico, sociale ed economico per produrre direttamente il cambiamento. Rimane essenziale la testimonianza della propria vita che manifesti l’orientamento chiaro e la parte dalla quale stare.

 

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