20 luglio 2014
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Categoria Consulenza
20 luglio 2014, Commenti 2

L’autorità non offre garanzia ma si offre come un’opportunità;

chiede di essere riconosciuta e praticata per quello che promette.

Luisa Muraro

 

 

A Franco,

chè il contrario dell’amore non è l’odio.

E’ la paura

 

In questo lavoro rendo conto delle ricerche intorno all’autorità del ruolo dei miei clienti come responsabili aziendali e titolari e di me nella interazione come autorità per loro. Talvolta, davanti alla richiesta di sospendere le attività,  taccio e vado via. E questo mi pesa come un abbandono, una incapacità a spiegare le ragioni della mia presenza in azienda. Mi riduco impotente, speculare di un cliente impotente, in una azienda annichilita.

Ho imparato che l’autorità è “un bene immateriale, pregiato… è virtù cardinale” (L.Muraro)

E’ fondamentale che le parti si ridiano energia e, quindi, autorità reciproca, al fine di produrre, oltre al reddito, economie di felicità.

La convinzione diffusa – il meccanismo di difesa – è che la psicologia del lavoro, delle organizzazioni, dei processi relazionali non serva, costi troppo e che sia una complicazione inutile, un neo da estirpare. Nei periodi che generalmente si indicano come crisi invito le persone a prendersi cura, attraverso il lavoro psicologico-relazionale, della paura di fallire, di non farcela, di non essere adeguate, di non essere comprese e di non capire.

Pensare assieme, raccontare la propria esperienza serve ad ampliare l’orizzonte, a costruire la speranza, a trovare opzioni, a illuminare altre prospettive, a darsi le motivazioni. In una parola, serve ad offrire un senso alla difficoltà. Ed è la mancanza di senso a far chiudere le aziende, ancor prima del fallimento economico.

Credo a Luigi Einaudi che nel 1944, in piena guerra,  affermava che l’imprenditore è uno che realizza progetti, non è uno che massimizza i profitti.

I responsabili delle aziende che conosco, proprio tutti, usando il linguaggio analitico transazionale, necessitano, per essere autorità, di darsi il permesso di esistere. E di esistere interamente, di esserci come uomo e come donna, diversi. E di accettare con gioia e curiosità non solo la diversità in partenza, ma il diventare diversi per se stessi, mentre le relazioni accadono.

In un’azienda, cosa significa <darsi il permesso di esistere>  e di <esistere in prima persona>?

Seguendo gli studi di Eric Berne, le ingiunzioni – non puoi…, non devi…, non essere… –  sono comandi, informazioni, messaggi di copione negativi e restrittivi. Ogni essere umano acquisisce inconsapevolmente le proprie ingiunzioni come una modalità per sopravvivere ai contesti, per essere accettato dal gruppo di appartenenza in quel momento.  Fra le ingiunzioni, la più velenosa, in una organizzazione,  è <non esistere>.

Essa, ingiunzione, si manifesta paralizzando il pensiero, rendendo insicura qualsiasi azione intrapresa, facendo affiorare l’inutilità di ogni scelta, l’impossibilità di ogni opzione e via di uscita. Incontro esseri umani condannati al dubbio, all’incertezza esistenziale, alla spada di Damocle, alla mercé della sfortuna (meritata e non fatale) perché non sono stati abbastanza bravi e capaci. Tragicamente soli, mi rendo conto di non poterli incontrare, nella relazione,  <mai> e <da nessuna parte>.

L’ingiunzione <non esistere> si esprime in azienda come malattia culturale: la mia esistenza e l’esistenza degli altri, non produce significati, non è in comunione, è invisibile, è sterile. Anzi, spesso, gli altri e le altre, sono problemi ulteriori da risolvere, grane da allontanare e da sfuggire, rifacendosi specularmente al vecchio paternalismo che, così, produceva di più e più velocemente. Si facilita, pertanto,  l’iperadattamento e la simbiosi: ogni titolare/responsabile costruisce le basi per non esistere, per non contare, per non essere visto davvero da alcuno.

La mia ipotesi è legare la risoluzione dell’ingiunzione mortifera all’acquisizione di autorità.

Supero l’idea che convenga essere autorevoli e non autoritari. Credo che dipenda dalla situazione e dalle persone il proporsi più o meno come autorevoli o autoritari. Sono convinta che la distinzione proposta non serva più nel momento in cui assumiamo il legame fra autorità ed esistenza.

Auctor, in latino, è il creatore, il promotore, il testimone, il maestro. Io non sono autorità quando non produco, non creo, quando non offro alcuna testimonianza.

Al contrario, sono auctor, attore e attrice, quando decido di spendere la mia presenza, in situazioni reali, anche quelle conflittuali.

Il conflitto non è una condizione negativa; e io non indico la mediazione dei conflitti, ma l’educazione a riconoscere e a spiegare le proprie ragioni, ascoltando e facendosi carico di quelle altrui.

E’ un modo di trovare insieme diverse possibilità. Darsi il permesso delle contrattazioni, riduce sicuramente i tempi delle soluzioni trovate e crea comunità, benessere e successi.

Una delle prospettive possibili, abitando la relazione, è che sono davanti ad una persona che morirà, che se ne andrà storicamente o metaforicamente.

Ogni essere umano lo percepisce, lo sa, anche quando non lo chiarisce del tutto a se stesso. Questo pericolo fa paura: allora sceglie due possibilità o fuggire da quella persona o attaccarla come causa del proprio malessere.

Questa è una esemplificazione per chiarire che ogni essere umano ha autorità in quanto è in relazione, quando registra la propria angoscia di morte accogliendola, quando decide di agire la paura come meccanismo di difesa consapevole, come protezione.

Il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura. E la paura negata,  diviene la colpa dell’altro.

Seguendo gli studi di Luisa Muraro, capisco che  l’autorità è fondante, non fondata, non ha un fondamento, essa stessa è  un Fondamento. Quanto affermato significa che non è data la relazione senza che ciascuna persona si riconosca e riconosca l’altra come autorità, come avente diritto e dovere ad essere quella che è.

Non esiste relazione delegittimando l’altro rispetto alla sua esistenza e, nel caso dell’azienda, al suo ruolo. Le idee, le decisioni, le convinzioni sono criticabili, la persona, no: essa è autorità.

Nel caso contrario siamo davanti all’ordine <non esistere>.

L’autorità, per questo, è onesta, perché dichiara l’esserci, lo spendersi nell’interezza del sé, in un confronto chiuso in ogni incontro e riaperto ad ogni ripresa, come in un viaggio a tappe.

Senza l’accettazione consapevole dell’esistenza di sé e dell’altro essere umano, riconosco soltanto le manipolazioni del potere e gli inganni di una gerarchia conservativa che si difende da una parte e di  una base che si avvilisce e si ammutolisce lagnosa, dall’altra.

L’autorità si fa pratica di relazione circolare quando consente il racconto di sé, la condivisione dell’esperienza, lo scambio di pensiero, il silenzio come riflessione presso di sé, prima della contrattazione e verso la trasformazione.

“Penso che dire: <io esercito autorità> sia semplicemente dire che cosa si sta svolgendo nella relazione”(Cigarini,p.28)

Ecco il messaggio: siamo autorità in quanto vivi, partecipanti coscienti, testimoni credibili nella diversità, ombre e luci di uomini e donne che interagiscono.

L’autorità mantiene la sua promessa, esprimendosi con i sintomi evidenti della fatica gioiosa, della presenza collaborativa e conflittuale, esprimendosi come risposta di senso alla realtà

 

Libri consultati

–          Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg&Sellier, 2013

–          Vittorino Andreoli, Le nostre paure, Rizzoli, 2010

–          L’autorità femminile, Incontro con Lia Cigarini, Ed.Centro Culturale V.Woolf,1991

 

Editing: Enza Chirico

2 responses on “Autorità della presenza in relazione

  1. RUBINO SALVATORE scrive:

    Le idee, le decisioni, le convinzioni sono criticabili, la persona, no: essa è autorità. –
    Questa affermazione la trovo, oltre che condivisibile in toto, ” bella ” di una bellezza struggente.
    Per quanto riguarda il resto, spero di poterne parlare di persona……

    SALVATORE

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